Sacconi: «Con la Finanziaria l’Italia arretra di dieci anni»

Il senatore azzurro: «Smantellano la legge Biagi, colpiscono l’autonomia delle imprese e le collaborazioni. Così la regolazione del lavoro torna indietro a prima del pacchetto Treu»

da Roma

La fase due del governo Prodi è già iniziata, ma «nel peggiore dei modi». Si preparano riforme che renderanno l’Italia ancora meno competitiva e non si daranno risposte ai lavoratori dipendenti che chiedono redditi più alti. Su questi temi Maurizio Sacconi, ex sottosegretario al Welfare e senatore di Forza Italia, annuncia che il centrodestra lancerà una sfida alla sinistra.
Il suo pessimismo sulla fase due è legato allo smantellamento della Legge Biagi?
«Con la finanziaria il governo ci ha proposto una odiosa restaurazione che fa regredire la nostra regolazione del lavoro addirittura a prima del pacchetto Treu».
Ad esempio?
«Ci sono alcuni casi emblematici. Il primo è l’idea che lo Stato definisca degli indici di congruità del fattore lavoro. In altre parole lo Stato decide quanto lavoro serve per creare un prodotto o un servizio e se non si rispettano queste soglie si presume che sia stato utilizzato lavoro nero. In questo modo si entra a gamba tesa nell’autonomia organizzativa dell’impresa. Poi sono state colpite le collaborazioni».
Anche la legge Biagi aveva regolato l’uso delle collaborazioni...
«La Biagi le aveva regolate conducendole nell’ambito del lavoro autonomo. Oggi invece vengono assurdamente colpite portando il prelievo contributivo al 23 per cento, ben oltre il livello del lavoro autonomo che è al 18-19 per cento. Poi c’è l’obbligo incredibile della remunerazione ancorata a quella del lavoro dipendente. Il che significa inserire nel lavoro autonomo un parametro che darà luogo a un contenzioso infinito. Poi c’è la novità negativa che riguarda i contratti di apprendistato. Con le aliquote contributive del 10 per cento anche se leggermente ridotta per le aziende sotto 10 dipedenti».
Queste sono misure praticamente già passate con la finanziaria. Non pensa che da gennaio inizierà una fase più riformista?
«Per il momento c’è l’intenzione di irrigidire l’uso dei contratti a termine e il disegno di legge Salvi-Treu che comprende l’estensione dell’applicazione dell’articolo 18 ai rapporti di lavoro precari. Poi, in prospettiva, c’è la volontà di scardinare la legge Biagi e tutte quelle norme che regolano il fenomeno dell’outsourcing. E non dimentichiamo la volontà di manomettere l’equilibrio della previdenza pubblica che comporterà ogni modifica al cosiddetto scalone della riforma Maroni».
Nessuna buona riforma in vista?
«Per lo meno ora il quadro è chiaro e sappiamo che le riforme annunciate sono in realtà una miscela di opportunismo e ideologismo. Sarà una fase di ulteriore regresso competitivo del Paese. E non credo che il tavolo per la produttività potrà migliorare le cose. Confindustria e i sindacati farebbero meglio a crearlo da soli il tavolo, cercando di individuare autonomamente le ragioni di uno scambio tra salari e flessibilità».
Avrebbe detto alle parti sociali di fare da sole anche se fosse stato ancora al governo?
«I fischi di Mirafiori hanno fatto riemergere per tutti il tema del reddito del lavoro dipendente. Ed è chiaro che questo tema non si può risolvere portando il salario a variabile indipendente. A differenza della sinistra noi siamo veramente in grado di dare una risposta ai lavoratori dipendenti mentre la maggioranza è bloccata dall’approccio ideologico che vuole livellare e massimizzare gli andamenti retributivi. Una strada che non può dare soddisfazione alle esigenze dei lavoratori. Noi vogliamo lanciare una sfida alla sinistra proprio su questo e ipotizziamo salari liberi di crescere, con l’accordo delle parti e incentivi fiscali».
A quali incentivi pensa?
«A una tassazione separata per gli aumenti salariali, in modo da evitare gli effetti negativi della progressività delle imposte».