Sacconi lancia l’allarme: "Ho paura Sull’articolo 18 rischio terrorismo"

Il titolare del Welfare teme un’escalation di violenza e subito la Cgil si sente chiamata in causa. La Camusso: "Inquina un clima difficile". Intanto il Pd stronca l’apertura di Ichino al ministro

Roma - «Ho paura ma non per me perché sono protetto, ho paura per persone potrebbero non essere protette e proprio per questo diventare bersaglio della violenza politica che nel nostro Paese non si è del tutto estinta». Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha confidato il suo timore a Skytg24. Il lavoro è al centro di una rivoluzione che il governo sta pensando non certo per fare «licenziamenti facili», termine «assolutamente falso», ma per «incoraggiare le imprese a crescere». E ogni volta che l’Italia vuole crescere, che si tenta di scardinare un sistema cristallizzato che non è al passo con l’Europa, si alza lo spettro, l’ombra degli anni di piombo, il terrorismo. Sacconi prova a spiegarlo. Ma passa per provocatore. Dalla Cgil all’Idv ieri nessuno si è risparmiato: se parla così, mostri le prove, attacca Susanna Camusso (Cgil). Mentre per l’Italia dei Valori il governo sta accendendo una «bomba» e Sacconi sarebbe il fuochista.
Il discorso del ministro è stato in realtà ben più ampio, teso a proporre una collaborazione sul tema sensibile del lavoro, partendo dalle proposte del Pd Pietro Ichino: il suo ragionamento sulla riscrittura dell’articolo 18, che prevede la protezione per tre anni dei lavoratori licenziati, è «interessante», afferma Sacconi. E le sue idee sono «molto simili alle nostre».
Sul lavoro è meglio non alzare i toni. La strada è trovare proposte concordate, non slogan che, in questo campo, possono essere molto più pericolosi che in altri: «Oggi - ha riflettuto Sacconi - vedo una sequenza dalla violenza verbale alla violenza spontanea, organizzata, che mi auguro non arrivi ancora una volta anche all’omicidio come è accaduto l’ultima volta dieci anni fa proprio con il povero Marco Biagi». Allora il contesto era «una discussione per molti aspetti simile a quella di oggi. Perché - ha ricordato il ministro - già allora parlavamo non di licenziamenti facili, ma, piuttosto, di come incoraggiare le imprese a intraprendere, ad assumere, ad ampliarsi, a crescere».
Ieri la segretaria generale della Cgil Camusso si trovava a In mezz’ora, la trasmissione di Lucia Annunziata su Raitre, e ha subito risposto severa: «Spero che Sacconi parli perché ha elementi per farlo e non per inquinare un clima già difficile». A suo parere «la temperatura nelle fabbriche non sta salendo». Ma «questi argomenti vanno trattati con grande cautela, sennò poi si rischia di invocare le cose». Scongiurando naturalmente un ritorno alla violenza, la Camusso però critica ancora Sacconi: «Sarebbe forse utile, se ci sono degli elementi, che si mettano le forze dell’ordine in condizione di proteggere le persone perché, tra i tanti problemi, c’è anche quello che vengono progressivamente tagliate le risorse per il sistema sicurezza».
La Cgil è comunque intenzionata a percorrere la strada dello «sciopero generale» se il governo manterrà in piedi le nuove ipotesi di riforma del lavoro. La prossima settimana Camusso incontrerà i segretari Cisl e Uil Bonanni e Angeletti.
«Il rischio terrorismo «c’è», ammette Olga D’Antona, moglie del giuslavorista ucciso dalle Br e deputata Pd, ma «Sacconi farebbe bene a non evocare il terrorismo e a non creare spaccature che ha già creato nel mondo del lavoro». Un altro attacco arriva dall’Idv Maurizio Zipponi, responsabile Welfare di Di Pietro: «Sacconi ha innescato la bomba, a cominciare dall’articolo 18 sui licenziamenti inserito in Finanziaria, e ora grida aiuto...». Le affermazioni di Sacconi sono «una doppia provocazione» per Angelo Bonelli dei Verdi: il ministro «butta benzina sul fuoco. La procura di Roma lo convochi immediatamente»». Ancora critiche anche dal Pd, dove nessuno sembra accogliere le aperture di Ichino in direzione di una vera grande «riforma del lavoro bipartisan»: «Non vi può essere alcuna intesa su tale proposta per la semplice ragione che è sbagliata, ideologica, dannosa per la crescita, finalizzata ad indebolire ulteriormente la capacità negoziale dei lavoratori», liquida l’idea il responsabile economico del partito, Stefano Fassina.