Il sacerdote amato dagli scout che parlava di Dio con Ratzinger

«Don Francesco era semplicemente un prete, un prete vero…». A Longarone, dove esercitava la sua missione di arciprete e parroco, come pure in tutta la diocesi di Belluno, dov’era conosciutissimo, lo descrivono così. I suoi amici, con le lacrime agli occhi, non si capacitano ancora per la sua morte assurda, per quel proiettile che la trapassato e ucciso mentre dormiva rannicchiato nel suo sacco a pelo. «Non c’è bisogno di ricordare come tutti noi amassimo don Francesco e quanto lui amasse tutti noi. È stato una persona la cui esistenza ci ha profondamente segnato e ispirato», si legge sul sito Web dei «raid Goum», l’esperienza spirituale del deserto, che don Cassol da cinque anni guidava lungo i percorsi più aridi delle Murge, camminando in silenzio per una settimana alla testa di gruppi di giovani e di adulti alla ricerca dell’Assoluto. Pedule, zaino in spalla, una stuoia per dormire sotto le stelle, un cappuccio per proteggersi dal sole o dalla pioggia.
Francesco Cassol, classe 1958, era nato a Belluno ed era stato ordinato nel 1983. Una vocazione, la sua, cresciuta nell’ambito dello scoutismo. Dopo due anni da vicario parrocchiale a Limana, era stato inviato al Centro di Spiritualità Papa Luciani di Santa Giustina, prima come vicedirettore e quindi come direttore. Il vescovo Vincenzo Savio lo nomina vicario per la pastorale, responsabile della missione per il Giubileo del 2000. Ma è l’incarico di segretario del Sinodo diocesano (2005-2006), che lo fa conoscere e apprezzare in tutta la diocesi. Cinque anni, don Francesco era stato nominato dal nuovo vescovo, Giuseppe Andrich, arciprete a Longarone nel paese devastato dalla tragedia del Vajont nel 1963. «In una comunità ancora profondamente segnata da quel disastro – spiega al Giornale don Angelo Balcon, il parroco di Danta di Cadore, amico del sacerdote ucciso ad Altamura – don Francesco è diventato un punto di riferimento, come peraltro accadeva dovunque andasse. La gente gli voleva bene…».
«Era un uomo di profonda spiritualità – ci confida un amico bellunese – aperto e gioviale, capace di parlare ai giovani e di entusiasmarli, non aveva mai dimenticato la sua passione per lo scautismo. Era anche molto impegnato nel sociale come pure nella salvaguardia del creato. A Sedico seguiva una fondazione per l’aiuto ai ragazzi problematici. Uno dei suoi crucci nell’ultimo periodo erano le ricadute della crisi economica nelle famiglie». «Un uomo che sapeva parlare con tutti, con i bambini così come con i vecchi – aggiunge Marco Perale, consigliere comunale a Belluno, suo amico dai tempi del liceo – Sono sicuro che se Francesco avesse potuto parlare con gli ha sparato... si sarebbero capiti, avrebbero trovato un accordo». «Un prete alla mano, ma di grande cultura, con capacità di confronto – afferma l’ex presidente della Provincia di Belluno, Sergio Reolon – Con lui e con il vescovo avevamo lavorato proficuamente sui temi del territorio, delle acque, dell’ambiente».
Il 24 luglio 2007, ad Auronzo, don Cassol era stato uno dei sacerdoti bellunesi che avevano avuto il privilegio di «intervistare» Benedetto XVI, durante le vacanze che il Papa trascorreva in Cadore e gli aveva chiesto come «portare Dio all’umanità di oggi». Era uscito entusiasta per la risposta del Papa. «Benedetto XVI si è confermato un Papa che ascolta, che va molto in profondità – aveva commentato a caldo – Ha colpito tutti il suo invito a vivere gioiosamente la propria cattolicità», con i piedi per terra e gli occhi rivolti al cielo. Ratzinger, concludeva don Francesco, «si è confermato, una volta di più, il papa del Concilio». Ieri mattina il vescovo di Belluno, prima di far visita agli anziani genitori del sacerdote, ai due fratelli e alle tre sorelle, ha dato la notizia della tragedia agli ottanta partecipanti agli «Esercizi spirituali itineranti» sul Cammino delle Dolomiti. Iniziativa che avrebbe dovuto guidare don Cassol, se non avesse avuto in agenda il Goum sulle Murge e quell’appuntamento con il destino.