SACKS Una metafora ci «risveglierà»

Il neurologo inglese parla del rapporto tra cervello e creatività. E di come la malattia è una porta aperta su un «altro» mondo

da Bergamo
«Sono innamorato della tavola degli elementi, la amo a tal punto da portarla sempre con me». Oliver Sacks sorride e sfodera il portafogli, per mostrare la sua versione tascabile della grande intuizione di Mendeleev, un’unica tabella che racchiude tutte le proprietà degli elementi, espresse in numeri e sigle. Indispensabile strumento di lavoro per il chimico - la passione di Sacks bambino, prima di scegliere la strada della neurologia, come racconta nella sua autobiografia, Zio Tungsteno. La tavola periodica però è anche altro.
Sacks, 72 anni, ospite a «BergamoScienza», è il neurologo che ha conquistato il mondo con i suoi racconti, è lo scienziato che «non può vivere senza scrivere», e racconta che la tavola «è una metafora, che rappresenta insieme la semplicità, la complessità e l’ordine del reale». Straordinariamente efficace, come solo la metafora può essere, per tentare di rappresentare qualcosa di ancor più potente, «l’inaspettata abilità della mente umana di afferrare la complessità, dall’ordine cosmico alla natura stessa della realtà».
La via della scienza, per Sacks, è stata una scelta quasi naturale: figlio di una coppia di fisici, si è laureato in medicina ad Oxford; poi la specializzazione, in California. Sono quarant’anni esatti che vive a New York, dove insegna all’Albert Einstein College e alla School of Medicine. Quarant’anni trascorsi a contatto con i suoi pazienti, «il centro di tutta la mia vita»: perché la scienza non è solo schema, funzione. Perciò «la metafora è necessaria alla scienza, tanto quanto è necessaria all’arte: è un modo per riuscire a costruire una forma di analogia», per comprendere, indirettamente, ciò che non sarebbe altrimenti comprensibile. «Sono i pazienti stessi che, spesso, ricorrono a metafore per dare espressione a ciò che sta loro a cuore».
Proprio come la tavola degli elementi. Essa compare, per la prima volta, in Risvegli, l’opera che ha reso celebre Oliver Sacks, e che è poi stata trasformata in un film. E ritorna in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Mendeleev, racconta Sacks, girava con in tasca dei bigliettini, su cui erano scritte le proprietà numeriche degli elementi; fino a che gli elementi stessi si trasformarono in «volti familiari». La mente scientifica di Mendeleev «vedeva» la natura, la leggeva come una scena, uno spartito musicale. Così come - l’esempio è dello stesso Sacks - per Nietzsche «il filosofo cerca di udire dentro di sé gli echi della sinfonia del mondo, e di riproiettarli in forma di concetti».
La scienza, l’arte, la letteratura sono tutt’uno: la malattia stessa può divenire una «porta aperta» su un mondo nuovo, altro. Anzi vi sono casi, come quelli di chi soffre della sindrome di Tourette, in cui è la malattia a risvegliare l’immaginazione, a destarla dal grigiore in cui si era forse crogiolata, lontano dalla molteplicità e dalla pericolosità del reale. D’altronde la figura del folle, così tipica del teatro, come quello shakespeariano, è spesso associata alla genialità, alla creatività. «È vero che, nel definire che cosa è normalità e che cosa è follia, conta la cultura in cui si vive». In generale, lo stesso concetto di malattia è «una deviazione da ciò che chiamiamo “normale”. La sordità, ad esempio, per noi è una malattia. Non sarebbe così se uno vivesse in una comunità di sordi, perché potrebbe comunque comunicare, attraverso il linguaggio dei segni». Componente fisica e carattere sociale sono inseparabili.
Così accade per la follia. «Ci sono sindromi in cui i pazienti possono soffrire di forti inibizioni. Perciò chi non parla può anche trasformarsi in colui che “apre bocca soltanto per dire la verità”». È vero, esiste l’«holy fool» (il «matto santo»). «La creatività però non è legata in modo particolare alla follia, anzi. È piuttosto una forma di salute». Sacks non si lascia sfuggire il controesempio. «Credo che Nietzsche sia impazzito proprio perché la sua visione era troppo potente, al punto da diventare insostenibile per la stessa società che lo circondava. Il punto è che, semplicemente, uno non deve essere “normale” o “matto” a tutti i costi: bisogna essere degli individui». Il segreto, dice, è nell’equilibrio, il delicato bilanciamento «fra struttura e libertà». La struttura, lo schema, è necessario; ma non può condizionare la libertà. È così che il tempo, come in Bergson, non è solo una categoria quantitativa ma, realmente, un gomitolo, dove non c’è schema che possa sbrogliare la matassa, dove il passato può sovrapporsi al presente, dove un attimo può durare una vita intera, tanto che il tempo stesso sembra arrestarsi.
È quello che succede a una delle sue pazienti, una donna che, dopo quarant’anni, si «risveglia», come se il tempo non fosse mai trascorso. «Grazie alla somministrazione di un farmaco, l’L-dopa, la donna è tornata a parlare. E così abbiamo scoperto che, per lei, il tempo era rimasto fermo a quarant’anni prima. Vocaboli ed espressioni erano ancora quelli tipici degli anni Venti, quando si era ammalata di encefalite letargica. Era come sbucata dal passato. Sapeva di essere negli anni ’60, ma continuava a parlare come quarant’anni prima. Per lei quell’arco di tempo era come un vuoto, perché non era stato riempito da alcun evento». E Sacks ricorda «forme di amnesia in cui la persona vive nel singolo attimo, dimenticando ciò che è successo anche solo un secondo prima».
Il tempo sfugge fra le mani della «spiegazione»; non a quelle della «comprensione». Sacks si è appropriato della distinzione diltheyana e l’ha concretizzata nella pratica clinica. E anche per lui, come per Dilthey, «non c’è comprensione senza racconto, senza la scrittura». «L’esperienza, innanzitutto quella del pensiero, per me non è completa se non la traduco in parole scritte». La scienza è indissolubile dalla letteratura, come la malattia dalla sua storia. Così il mondo può brillare, racchiuso nel portafogli, pronto a esplodere da una piccola tavola periodica.