«Il sacrificio delle prime vittime ha scongiurato un’ecatombe»

Nell’affollata carrozza del metrò, quelli che erano vicini alla bomba hanno assorbito tutto l’impatto e protetto gli altri passeggeri

Massimo M. Veronese

Il suo primo pensiero?
«La prossima volta tocca a noi».
Il suo primo sentimento?
«Odio chi usa gli esplosivi per uccidere. Io li uso solo a fin di bene...».
Perché colpire il metrò?
«Il metrò per Londra è come il Duomo per Milano, i londinesi lo amano come noi i Gergofili o i newyorkesi le Due Torri. Colpire lì non è solo bloccare la circolazione sanguigna della città ma ferirla al cuore».
Dicono: ogni bomba conteneva meno di cinque chili di esplosivo.
«L’esplosione di un chilo solo moltiplica fino a 30mila volte il volume dell’ordigno, è una massa che viaggia a migliaia di metri al secondo».
Hanno messo le bombe nel metrò: perché così pochi morti?
«Perché in ambienti chiusi come i tunnel ci sono sempre due effetti».
... l’effetto negativo...
«Aumenta la pressione dei gas prodotti dall’esplosione: sfonda timpani, vetri e polmoni. Distrugge tutto, fa implodere gli organi».
... e quello positivo...
«Chi si è salvato deve la vita a chi è morto. In un ambiente così affollato quelli più vicini all’esplosione hanno assorbito tutto l’impatto. Sono loro ad aver evitato l’ecatombe».
È gente preparata quella che piazza le bombe?
«È gente che appartiene a un sottobosco culturale limitato. Per prepararsi devono studiare molto, lavorare molto. Hanno bisogno di tempo».
E chi li prepara?
«Anche nessuno. Anche lei se vuole può costruire una bomba...».
Non ci penso proprio, però...
«... su internet c’è tutto per farla...».
Cioè?
«In rete puoi comprare esplosivi già fatti e pagarli con la carta di credito. E istruzioni per costruirli con gli ingredienti che hai, ti spiegano come creare dei timer. Basta una sveglia comprata ai grandi magazzini».
Hanno fatto bene a nascondere i luoghi del delitto?
«Benissimo. Non dare spettacolo del proprio dolore trasmette un impatto psicologico positivo».
Cosa bisogna fare sul luogo del delitto?
«Tenere lontano tutti, soprattutto gli agenti. Sono i primi ad inquinare la scena: basta la polvere da sparo che hanno addosso per rovinare tutto».
E per i soccorritori come si fa?
«Come in Israele: i barellieri non si muovono fino a quando l’artificiere non li autorizza, anche se c’è un ferito grave da soccorrere».
Crudele però...
«Ma necessario. Si creano dei corridoi di soccorso, si passa solo da lì».
Tocca a noi. Siamo preparati?
«I nostri servizi di sicurezza lavorano bene, ma manca la cultura dell’emergenza: non sappiamo ancora bene cosa fare in situazioni così».
Qualche esempio?
«Qui da noi può succedere che un pacco sospetto venga portato all’interno delle questure. Una follia».
Invece...
«Il pacco sospetto va sempre circoscritto e isolato. Purtroppo ogni questura spesso fa a modo proprio».
Vale anche per i servizi sanitari?
«Il 118 ha gente addestrata a raccogliere brandelli umani sparsi nel raggio di centinaia di metri? Secondo me no».
Come possiamo difenderci?
«Intanto mai dire: colpiranno lo stesso qualunque cosa facciamo. Inutile mandare in giro poliziotti allora...».
E come riconoscere il pericolo?
«L’esplosivo ha mille volti, può assumere le forme più innocue».
I rilevatori di controllo bastano?
«Abbiamo fatto delle simulazioni all’aeroporto di Parma e scoperto che con una regolazione diversa dei rilevatori si scovava l’invisibile: un monitor in più costa 50 euro. Mi hanno detto: costa troppo».
Ci dia un consiglio.
«Assumere hacker. Per bombardare di virus i siti sospetti».
Mister Dinamite, lei ha paura?
«Per mia figlia, per le persone che amo».
E per se stesso?
«Mi fanno più paura gli stipiti di una porta...».