Il sacrificio di essere padre oltre ogni limite

C'è qualcosa che accomuna ogni romanzo di Andrea Carraro fin dall'esordio di A denti stretti (1990) e su fino a La religione del più forte (1999), Non c'è più tempo (2002) e Il sorcio (2007). Ho citato i romanzi narrati in prima persona, tralasciando quelli in terza - come il suo più celebre, Il branco (1994) -, perché è in questi che lo sguardo dello scrittore sembra stringere quel grumo che è la sua materia narrativa. Il personaggio narrante è sempre un uomo malato di depressione, ossessivo, che guarda con sprezzo e compiacimento alla propria condizione, che rinnega e odia il padre, salvo accorgersi un momento dopo che innegabilmente gli somiglia. Un uomo che, pur avendo coscienza del proprio male, non riesce mai a liberarsi di se stesso.

In questo suo nuovo romanzo, Sacrificio, Carraro dà vita a un personaggio di nome Giorgio. Ma la terza persona che usa per raccontarlo è solo il nascondimento di una prima persona. E lo si intuisce da certi intercalari o esclamativi che il narratore si prende la libertà di usare, come fosse la voce stessa del suo personaggio, come se il personaggio, alle volte, non riuscisse a fare a meno di intromettersi, o volesse riprendere il controllo di sé, svincolarsi da quel mediatore. Ma la scelta della terza persona nasconde qualcosa di meno esplicito, di più profondo. Se è vero che la storia dei romanzi di Carraro è la storia di un solo personaggio che si ripete, neppure Giorgio è dissimile nel carattere, nella coscienza della propria malattia, dai personaggi narranti che lo hanno preceduto. Eppure qui il centro, l'oggetto delle sue preoccupazioni non è lui, ma sua figlia, Carolina, che dopo la separazione dei genitori, imbocca la strada dell'eroina. Giorgio, che non sa, come chiunque al posto suo, come aiutarla, compie il gesto d'amore più estremo e folle: drogarsi anche lui. Solo così, tentando di identificarsi col dolore di Carolina (espiando il proprio senso di colpa), col suo vizio, con la sua malattia, crede di poterla salvare.

Quello che generalmente Carraro racconta non è la realtà. Il suo è piuttosto un naturalismo filtrato dal cinema. Stavolta però, allontanandosi da sé, facendo compiere a Giorgio quell'atto misericordioso e assurdo (del resto la misericordia è qualcosa che si pone fuori dall'ordine della ragione), è riuscito a scrivere il suo libro più doloroso, più vero, più reale, ma non realistico: visionario.