Il sacrificio della politica e la democrazia dello spread

La giornata è stata positiva per la politica, perché Alfano ha dato il via libera al governo Monti. Ma di fronte a questo sacrificio della democrazia politica, sull’altare del governo tecnico lo spread è tornato a 530, superando i famosi 500 punti. Berlusconi, quando lo spread aveva superato i 530-550 punti si è dimesso per il bene del Paese senza avere un voto di sfiducia e dopo l’approvazione della legge finanziaria che realizza una manovra mai vista nella storia portando dal deficit del 4,6% nel 1010 al surplus dello 0,2 nel 2013 e del surplus dello 0,6 nel 2014, con una riduzione del rapporto debito-Pil dal 119% nel 1910 al 100,8 nel 2014.
L’avanzo primario (cioè l’avanzo nel bilancio al netto degli interessi), negativo per lo 0,1% nel 2010, va in positivo del 6,1 nel 2014. Nonostante questa legge, lo spread fra i nostri titoli Btp e i bund tedeschi era di continuo aumentato. Dunque si diceva che i mercati chiedevano a Berlusconi il sacrificio di dimettersi. Lui lo ha fatto. Ma l’incarico a Monti non è bastato. Lo spread risaliva sopra 500 mentre si chiedevano chiarimenti. Fate in fretta: lo vuole lo spread per calmarsi. E ieri c’è stato il nuovo sacrificio di Alfano e lo spread è risalito.
Non gli è bastata la caduta di Papandreu in Grecia, non lo sfama il cuore di Berlusconi, non gli bastano le membra che gli offre Alfano, vuole la testa intera della democrazia sul suo altare per placarsi? Quanto è grande il sacrificio che chiede il demone chiamato spread? Dopo quello della democrazia vuole quello della nostra prima casa, con una nuova Ici? Vuole anche una patrimoniale straordinaria? La risposta è ignota, perché lo spread si muove per conto suo, come un aeroplano, che sembra avvitarsi per schiantarsi, poi gira di nuovo con alti e bassi e avvitamenti.
Se lo spread oggi ha investito la Francia e l’Italia non è perché oggi si crede meno di ieri nelle capacità taumaturgiche del tecnico Monti, succeduto al tecnico Tremonti, che ha studiato da professore a Pavia ove ha la cattedra di diritto tributario e non alla Bocconi come Monti, che vi insegna macroeconomia. Il fatto è che il governo di Angela Merkel, sotto elezioni, non vuole che la Bce compri titoli pubblici venduti sul mercato secondario, ove si trattano titoli emessi in precedenza, come sin qui ha fatto, con dosaggi centellinati.
Il governatore della Bundesbank, la banca centrale tedesca che ha molto potere nella Bce, ha dichiarato che l’acquisto di titoli pubblici è vietato dal Trattato di Maastricht che modificando il Trattato Europeo ha dato le basi dell’euro. Ma ciò è falso perché l'articolo 104 del Trattato vieta che la Bce acquisti "direttamente" titoli pubblici dagli Stati che li emettono. Non vieta, dunque, che li acquisti indirettamente, sul mercato dei titoli già emessi, quello secondario. La distinzione è razionale. Se lo Stato vende titoli alla Bce in cambio di banconote è come se lo Stato stampasse moneta, che si aggiunge a quella circolante. Se la Bce compra titoli statali dal privato che li rivende, e lo fa per evitare che perdano di valore, lo Stato non ha stampato moneta, mentre i privati ricevono nuova moneta. E ciò spezza la spirale fra vendite di titoli da parte dei privati, che li cedono prima che perdano altro valore e la nuova perdita di valore dovuta alla maggiore offerta di titoli.
Se la Bce segue il veto tedesco, tradisce il suo compito di stabilizzare il prezzo dei titoli che fa parte del livello dei prezzi complessivi e non sventa la deflazione, che minaccia l'Europa. Lo spread si muove per questa ragione. E ciò che occorre non è un governo tecnico, ma un governo che non minacci di mettere le patrimoniali e inviti i cittadini a comprare i titoli, poiché a loro interessa il rendimento e non lo spread. Questo interessa alle banche perché il suo rialzo genera perdita di valore dei titoli nei loro patrimoni, costringendole a procurarsi capitali freschi per rispettare le regole sui coefficienti patrimoniali.
Altre cose occorre fare per "salvarci da noi". Qui mi fermo, perché il tema centrale era se allo spread serve un sacrificio della democrazie e in qual misura.