Saddam fa il martire: «Pronto al sacrificio ma non odio i nemici»

Conciliante testamento dell’ex raìs al suo popolo. Però centinaia di iracheni fanno la fila per poter avere il privilegio di mettergli il cappio al collo

Per stringergli il cappio al collo sono pronti a tutto. Sono centinaia e continuano a rivolgersi al governo o a chiunque possa dare loro una raccomandazione. Sognano di diventare i boia di Saddam. Sono tanti, gli assetati di vendetta, ma non sono l’intero Paese. Sono soprattutto sciiti e curdi, e testimoniano con la loro disponibilità ad eseguire l’impiccagione del dittatore la straziante lacerazione di un Irak devastato dalla guerra civile. In questa situazione la morte di Saddam rischia di trasformarsi nell’ennesima maledizione, nell’ulteriore elemento di contrapposizione tra sunniti da una parte e curdi e sciiti dall’altra.
Quella maledizione non si può però bloccare. Il verdetto con cui la suprema Corte irachena ha respinto l’appello presentato dai legali dell’ex dittatore ha innescato l’ascesa al patibolo. Il conto alla rovescia potrebbe concludersi il 26 gennaio, allo scadere del termine ultimo di 30 giorni, ma anche molto prima. Le congetture sulla data e sulle modalità dell’esecuzione tengono banco in tutto l’Irak. Molti scommettono che il governo a maggioranza sciita ha deciso di attendere la fine dell’Eid al-Adha, i quattro giorni di solenne festività successivi al pellegrinaggio alla Mecca. Altri, soprattutto tra le frange dell’estremismo sciita, sognano quattro giorni di festa allietati dall’esecuzione di Saddam.
Baha al-Araji, un deputato legato al gruppo radicale di Moqtada el Sadr, si augura un’immediata impiccagione come «segno di omaggio al popolo iracheno in occasione della festa dell’Eid». Alcuni ipotizzano un’esecuzione repentina ma segreta, da rendere pubblica solo a sepoltura avvenuta. Un’ultima non chiarita incognita riguarda la firma della condanna a morte riservata per legge al presidente. Jalal Talabani ha ripetutamente affermato di non voler sottoscrivere alcuna esecuzione, neppure quella del nemico Saddam. Il ministro della Giustizia, Hashem al Shibli, ha però garantito che la condanna verrà ratificata dal timbro presidenziale ed eseguita dalle autorità carcerarie.
Il rassegnato ma non domo dittatore sembra deciso a trasformare la propria dipartita in una nemesi storica. Facendo apparire la sua esecuzione come un’icona del sacrificio, il raìs sogna di essere ricordato come un Saladino sunnita, un martire caduto sotto i colpi della vendetta settaria orchestrata da americani e sciiti. Per amplificare la rabbia e lo sdegno di chi lo piangerà, ricorre a toni remissivi e concilianti invitando a non odiare chi lo sta per uccidere.
Il messaggio, destinato a innescare la nemesi postuma, riecheggia da ieri sulle pagine di un sito internet. Un discorso d’addio scritto e pensato per far ribollire il cuore e l’orgoglio dei sunniti di oggi e di domani. «Mio caro e fedele popolo, ti devo dire addio, da oggi sarò al fianco del Signore compassionevole», scrive il condannato a morte. « Sacrifico me stesso, ma se Dio lo vorrà mi metterà in compagnia dei martiri e degli uomini veri».
Saddam insomma si dipinge come un martire, come una vittima del nemico, come l’ultimo dei probi condannato al sacrificio nonostante i richiami alla compassione e al perdono. «Vi chiedo di non odiare perché l’odio acceca, toglie equilibrio e chiude le porte della ragione... Non odiate i popoli e i Paesi che ci attaccano perché tra di loro ci sono persone che appoggiano la vostra lotta contro l’invasore, persone offertesi volontarie per difendere molti prigionieri politici tra cui lo stesso Saddam Hussein. Alcune di queste persone - rivela infine il Saddam condannato - sono scoppiate in lacrime nel dirmi a addio».
Ad amplificare il devastante potenziale di quelle parole contribuisce il difensore giordano Issam Ghazzawi, rivelando che a Saddam è stato impedito di leggerle in aula. «La Corte e il giudice - sostiene il difensore - non ci hanno consentito di dire una sola parola, e hanno emesso quella sentenza - dettata dagli invasori - senza alcuna prova».