Saddam protesta facendo sciopero della fame

Le continue sceneggiate tolgono credibilità al processo

Gian Micalessin

da Gerusalemme

La compagnia di giro resta la stessa, ma il soggetto cambia ogni giorno. Dopo le esibizioni dell’ex capo dei servizi segreti Ibrahim Barzan Al Tikriti in pigiama, il nuovo copione prevede lo sciopero della fame. Ad annunciare la forma di protesta è immancabilmente Saddam Hussein.
L’ex dittatore, ritornato all’abituale completo nero, inizia la sua parodia di prigioniero politico con qualche vecchio slogan riesumato dal repertorio dei bei tempi andati. «Dio è grande - strilla il rais dal recinto dei deputati augurando - lunga vita e sicura vittoria ai mujaheddin iracheni». Subito dopo, proclama la sua nuova forma di ribellione. «Da tre giorni non tocchiamo cibo per protestare contro di voi, contro i vostri padroni e contro il trattamento che ci viene riservato», spiega Saddam al giudice Raouf Abdel Rahman.
Dopo l’esibizione del grande capo sale sul palcoscenico la sua spalla preferita. «Sono due giorni che non mangio, ma voi anche questa mattina mi avete trascinato qui in pigiama», ulula l’ex capo dei servizi segreti costretto ancora una volta a presentarsi in maglietta e mutandoni.
La corte non si scompone più di tanto. Raouf Abdel Rahman, il nuovo presidente curdo sopravvissuto alla strage chimica di Halabja, non ha certo le attenzioni del suo predecessore. Per lui e per i suoi collaboratori, spiega un altro magistrato, «lo sciopero della fame è solo un problema amministrativo che la corte cercherà di verificare e risolvere con la collaborazione delle autorità incaricate della detenzione... ma per ora tutti gli imputati sembrano ancora in ottima salute».
I magistrati in verità hanno poco di cui rallegrarsi. Le continue sceneggiate di Saddam e dei suoi sodali sembrano poco a poco raggiungere il loro obbiettivo.
Giorno dopo giorno l’opinione pubblica irachena e quella internazionale perdono di vista le gravissime accuse rivolte ai vecchi capi del regime, ignorano le drammatiche testimonianze dei sopravvissuti convocati in aula e concentrano tutta la propria attenzione sulle intemperanze degli imputati.
In questo contesto anche l’intransigenza della corte, decisa a portare a termine il processo ad ogni costo, rischia di rivelarsi controproducente. Dopo l’addio dell’ex presidente del tribunale, dimessosi per non sottostare alle richieste di quanti nel governo gli chiedevano maggior durezza con gli imputati, i sunniti già parlano di processo farsa e di sentenza scontata.
Con l’arrivo sulla sedia della presidenza di Raouf Abdel Rahman il processo s’è trasformato in un duello a due tra il nuovo indefesso magistrato curdo e il vecchio dittatore. «Sbattiti quel coso sulla testa», ha gridato ieri Saddam al capo della corte mentre il magistrato tentava inutilmente di riportare l’ordine facendo rimbombare a colpi di martello il seggio della presidenza.
Tra slogan, ingiurie, contumelie e richiami all’ordine le dichiarazioni dei testimoni si trasformano in un impercettibile brusio di fondo. In questo clima anche la testimonianza di Hamed Youssef Hamadi, un ex segretario personale di Saddam, che ieri ha riconosciuto la firma del dittatore in calce ad un documento dei servizi segreti, è sembrata irrilevante.
La firma potrebbe provare il diretto coinvolgimento del dittatore nella catena d’arresti ed esecuzioni conclusesi con l’eliminazione di oltre 150 sciiti del villaggio di Dujail dopo un fallito attentato contro lo stesso Saddam.
La firma riconosciuta dal testimone approva infatti la ricompensa di alcuni funzionari dei servizi segreti distintisi nella caccia agli oppositori sciiti.