Saddam alla sbarra dà gli ordini ai giudici

Accettata la nomina di tre avvocati stranieri tra cui l’ex segretario Usa alla Giustizia Clark. Nuova udienza il 5 dicembre

Fausto Biloslavo

Saddam Hussein torna alla sbarra per rispondere dei suoi crimini, ricomincia in aula la sceneggiata, per nulla piegato, e si comporta come se fosse ancora il presidente dell’Irak. La corte non fa una bella figura, ma va avanti e manda in onda la prima testimonianza, registrata su un video, di un ex ufficiale della sicurezza di Saddam, morto di cancro agli inizi di novembre. Il processo viene comunque aggiornato alla prossima settimana, mentre il ministro della Giustizia iracheno, Abdul Hussein Shandal, rivela che ci vorranno solo cinque udienze per decidere la sorte di Saddam. Il dittatore rischia la pena di morte per il massacro di Dujail, una cittadina del Nord dove 143 sciiti sono state passate per le armi nel 1982, dopo un fallito attentato al raìs.
La seconda udienza della Norimberga irachena è iniziata ieri alle 12.20 locali (le 10.20 in Italia), quaranta giorni dopo l’apertura del processo a Saddam e sette suoi accoliti, ex esponenti della nomenklatura al potere per trent’anni. Saddam è arrivato in ritardo, impeccabile con la sua giacca grigia e la camicia bianca. Rispetto alla prima udienza ha scelto il vezzo di un fazzoletto nel taschino. Sotto braccio teneva stretta una copia del Corano. Subito dopo sono iniziate le schermaglie con il presidente del tribunale speciale che giudica Saddam, il curdo Rizgar Mohammed Amin.
«Mi hanno fatto fare quattro rampe di scale a piedi perché l’ascensore non funzionava», si è lamentato il raìs. L’offesa peggiore però, secondo il dittatore che non esitava a far torturare ed eliminare gli oppositori, è venir ogni volta ammanettato. «Non possono portare un imputato in tribunale con le manette ai polsi», ha tuonato il raìs lamentandosi che le guardie carcerarie «erano straniere». Convinto di essere ancora un Capo di stato si è rivolto rabbioso al giudice intimandogli di farsi trattare meglio dalle guardie: «Io non voglio che tu glielo dica: glielo devi ordinare! Sei iracheno, nel tuo Paese e loro sono occupanti stranieri e invasori». Poi si è lamentato che le guardie gli avevano sequestrato un blocco degli appunti e la penna. «Come posso difendermi se non mi è permesso neppure scrivere?», ha protestato Saddam.
Dopo alcune interruzioni procedurali l’udienza è entrata nel vivo con la testimonianza filmata di Wadah al-Sheikh, ex responsabile della Sicurezza irachena. Il testimone è morto il 5 novembre scorso a causa di un cancro, ma la sua testimonianza, ripresa in ospedale, è importante perché al-Sheikh faceva parte della commissione d’inchiesta sulla fallita imboscata a Saddam del 1982, che ha portato alla strage di Dujail. Nonostante gli attentatori fossero solo una dozzina, gli uomini della sicurezza «rastrellarono 400 persone comprese donne, bambini ed anziani», ha raccontato il testimone. «Le guardie del corpo personali di Saddam presero parte alle uccisioni di questa gente», ha sostenuto l’ex ufficiale della sicurezza. Il fratellastro di Saddam e capo dell’intelligence, Barzan Ibrahim, oggi imputato, era «tra quanti davano ordini diretti». Gli arrestati furono trasferiti nel famigerato carcere di Abu Ghraib, alla porte della capitale, e successivamente nel Sud del paese: almeno 143 sono stati eliminati. Secondo il testimone Saddam insigniva di onorificenze chi aveva preso parte materialmente alla sanguinosa rappresaglia. L’ex vicepresidente Taha Yassin Ramadan, pure lui imputato nel processo, avrebbe invece dato ordine di distruggere i palmeti della città di Dujail, principale sostentamento economico, come punizione.
Dopo la testimonianza del moribondo sono stati proiettati in aula alcuni spezzoni di un video girato da un operatore di Saddam, dopo il fallito attentato. Si vede il raìs in uniforme in mezzo ai suoi uomini, che tengono stretti alcuni prigionieri. Sembra che i fermati indossino la divisa della milizia popolare ed il loro sguardo è terrorizzato. Quando incrociano quello di Saddam sembrano voler chiedere pietà, ma il raìs ordina ai suoi di «dividerli e interrogarli». Molti non torneranno più alle loro case.
Dopo due ore di udienza il processo è stato rinviato al 5 dicembre per permettere agli imputati, che non volevano affidarsi ad avvocati d’ufficio, di nominare nuovi legali al posto dei due uccisi all’inizio del procedimento. Il tribunale ha anche accettato la nomina di tre difensori stranieri, tra cui l’ex segretario americano alla Giustizia, Ramsey Clark.