Saddam sfida i giudici e si proclama innocente

Il dibattimento subito aggiornato al 28 novembre. La figlia Raghda: «Mio padre è un eroe, le udienze una farsa»

Gian Micalessin

da Bagdad

Era la casa dei regali. Il palazzo del partito Baath, dove il raìs Saddam Hussein immagazzinava a Bagdad doni e regalie dei potenti del mondo. Il detenuto Saddam la squadra sornione. Sotto quei baffi ingrigiti, ma ancora folti spunta un mezzo sorriso. Eppure da quella casa dei regali diventata aula di tribunale potrebbe calare il suo cappio. Lui e i suoi accoliti sono lì seduti, come a scuola. Saddam e Awad Hamed Al Bandar davanti a tutti. Il compagno di banco del raìs oggi è un Carneade, 23 anni fa presiedeva il Tribunale rivoluzionario. Fu lui a comminare la pena di morte ai 143 sciiti del villaggio di Dujeil accusati di aver complottato per assassinare il Presidente. Ora, per quel verdetto e per l’esecuzione dei condannati, Saddam e i coimputati rischiano la pena di morte.
Dietro altri sei comprimari in due file da tre. Tre file di vecchietti senza più belletti per le rughe. Otto personaggi da ospizio senza più tintura per baffi e capelli. Solo la capigliatura del raìs resiste. Dietro crape pelate e grigie. Ma non è l’ospizio. È solo la banalità del male in una delle sue forme. Al posto del maestro il giudice e la sua corte. Lui, il presidente Mohammed Amin è l’unico a farsi riprendere dalle telecamere. L’unico a dare il suo nome. L’unico a parlare. Gli altri sono quattro fantasmi senza nome e senza volto. Prima di arrivare qui hanno studiato 18 mesi a Londra regole e procedure dei processi internazionali.
Mohammed Amin è curdo, ma ha lasciato dolore e rabbia tra le montagne di Sulaymania. Oggi ha nell’animo la flemma del Tamigi. Oggi dopo trent’anni ha davanti il suo oppressore, l’aguzzino del suo popolo. Ma Mohammed Amin oggi è solo un magistrato dal volto e dai toni pacati. Forse sono proprio quella cortesia, quell’apparente distacco a ingannare in prima battuta il raìs. Il prigioniero in gessato scuro e camicia bianca s’alza in piedi, riconosce involontariamente l’autorità della corte. Mentre apre la bocca capisce di far il suo gioco. Ha un sussulto ingoia aria e parole, rigurgita orgoglio, snocciola la prima summa del Corano. Giustifica con la recita il suo atteggiamento rispettoso.
Mohammed Amin gli ripete di identificarsi. Il raìs sembra esplodere. «Prima dimmi chi sei tu, dimmi cosa rappresenti...». Si placa un po’. «Tutti gli iracheni mi conoscono, anche lei mi ha sempre conosciuto, non ha diritto di chiedere il nome e il documento al presidente dell’Irak». L’altro presidente, l’unico in carica nell’aula è già disarmato. Il raìs si ricarica al suono della propria voce. Si compiace di saper ancora iniettare trepidazione nei cuori dei suoi vecchi sudditi. «Non ha diritto di chiedere chi sono, questo processo è basato sulla falsità e tutto qui è falso», sentenzia il raìs prigioniero.
Sarà per i microfoni e gli altoparlanti a corrente alternata, sarà per la cortesia troppo londinese del giudice Amin, ma per un attimo sembra di nuovo luglio di un anno fa. Quella volta, alla prima comparsa in un tribunale, Saddam ridicolizzò un giudice ragazzino. Mohammed Amin annaspa, indugia, ripete quella domanda cortese e ogni volta il raìs rifiuta sprezzante. Il processo sembra già bloccato, impastato, incarognito su quel dettaglio procedurale.
Finalmente Amin tira innanzi e cade in un altro tranello. Awad Amed Al Bandar china il capo, esibisce la nuca bianchiccia e pelata. «Chi mi riconoscerebbe senza il mio copricapo, all’entrata ci avete preso le kefiah ci avete tolto il diritto di coprirci il capo». Mohammed Amin gli dà ragione. Altri vecchietti alzano le mani, invocano il copricapo. Si blocca tutto di nuovo. Silenzi imbarazzati e il giudice che ordina di cercare le kefiah sequestrate. I vecchi aguzzini sembrano quasi prendere il controllo della situazione. Più per inesperienza e ingenuità della corte che per sagacia propria. Ma tant’è. E in un processo la verità non è solo quel che avviene, ma anche quel che sembra.
Per fortuna non dura a lungo. Lentamente la flemma del curdo Amin fa breccia nell’arroganza del male. Anche perché il raìs e i suoi sette vecchietti sono alla fine sommersi dalla banalità dell’accusa. Soprattutto quando il più aggressivo procuratore Jafaar al Mousawi legge i capi d’imputazione. E loro, gli antichi e spietati onnipotenti, sembrano sprofondare nel mare di quelle accuse da delinquenti maniacali. Stupri, sequestri, furti, violazioni di cadaveri, sevizie. Un cocktail di malvagità assassina davanti al quale Saddam Hussein non sa far altro che lisciarsi i baffi e gli altri sette abbassar gli occhi perduti. Uno alla volta alzano la mano. «Innocente», dichiara da seduto Saddam, innocente ripetono alzandosi gli altri.
Gli accusati in un modo o nell’altro hanno risposto alla corte e il giudice Amin decide di sfruttare il momento. Coglie al volo la richiesta del difensore di Saddam, la riduce di due mesi rispetto ai tre mesi di sospensione richiesti e dà appuntamento a tutti per il 28 novembre per un nuovo round. Questa volta non è stato un pareggio, ma poco ci mancava. Raghda, la figlia del deposto dittatore, intervistata dalla Tv «Al Arabya», ha definito il processo «una farsa» e del padre ha detto: «È un eroe, e lo sarà sempre, e più forte di un leone. Non si arrenderà mai perché non è un vile».