SADR «La mia Persia ha fame di democrazia»

«Chi ha qualcosa da dire e raccontare può infilarlo direttamente nel cassetto Marjane Satrapi è brava e coraggiosa»

L’Iran continua a far notizia, rimandando l’immagine di un Paese fondamentalista dove gli oppositori non hanno voce, i diritti civili sono calpestati e la sfida contro la comunità internazionale continua. Un’immagine che stride con una realtà parallela e ben diversa, dove le donne sono ansiose di emergere, la gente è impegnata e i giovani sono informati grazie alle tv satellitari e a Internet. E poi ci sono gli intellettuali, coloro che, come afferma un vecchio detto, «hanno la libertà di esprimersi ma non hanno la libertà dopo che si sono espressi».
Com’è dunque la situazione in Iran rispetto alla libertà di pensiero? Lo abbiamo chiesto allo scrittore Hamid Sadr in occasione del Festival della Modernità in corso a Villa San Carlo Borromeo a Senago. Nato a Teheran nel 1946, grazie al talento narrativo nel 1967 Sadr divenne membro della Federazione nazionale degli Scrittori Iraniani. Un anno dopo, per le sue posizioni anti-Khomeini, è andato in esilio politico a Vienna, dove vive tuttora con moglie (austriaca) e figlio.
Signor Sadr, c’è o non c’è la libertà di espressione in Iran?
«Non c’è, punto e basta. Chi ha qualcosa da dire e da scrivere può infilarlo direttamente nel cassetto. Anche coloro che potrebbero pubblicare non lo fanno finché esisterà la censura di Ahmadinejad. Comunque ammiro chiunque abbia il coraggio di scrivere in questo contesto. In Persia la situazione è questa».
In Persia?
«Io amo chiamarla così. È un nome evocativo, che mi è caro, pieno di suggestioni e ricordi. E poi ha un bel suono».
Che cosa pensa di Ahmadinejad?
«È un religioso fascista. Lo scriva pure».
Non ha paura a dire queste cose, anche se si trova in esilio?
«No. Sono quarant’anni che mi oppongo, prima allo Scià, poi a Khomeini, adesso ad Ahmadinejad. Se mi succederà qualcosa, pazienza, cerco di non drammatizzare. Finché vivrò, dirò sempre ciò che penso. Per gli oppositori del regime sotto lo Scià, il pericolo era soltanto in Persia, sotto Khomeini sono stati assassinati all’estero sei o sette leader dell’opposizione. Oggi dobbiamo tener conto che gruppi islamici all’estero tendono a essere più fanatici...».
Lei ha il permesso di entrare in Iran... sorry, in Persia?
«È quasi impossibile. Mio fratello gemello tre settimane fa per la terza volta è stato messo in prigione. E così è fuggito, di notte, per venire a Berlino. Ho parlato con lui, gli ho chiesto quanto sia pericoloso per uno come me andare in Iran. Mi ha spiegato che in Persia si può fare tutto, purché si paghi il prezzo. Per me è troppo alto».
Ramin Jahanbagloo è stato arrestato...
«È un bravo filosofo, un intellettuale brillante che non c’entra con la politica. Da quando poi è stato in prigione non scrive più niente. Ma lo capisco. È un problema che riguarda Salman Rushdie, così come i caricaturisti canadesi o danesi e i tanti intellettuali e artisti in Germania. Se per organizzare una mostra sull’Islam un architetto deve chiedere ogni volta il permesso ai mullah per impostare l’esposizione in un certo modo, lo spirito illuministico europeo sarebbe un po’ in pericolo. O no? Da quando in qua si deve chiedere il permesso per scrivere, ad esempio, qualcosa su Gesù? Bisogna prima prendere contatto con il Vaticano per parlare di lui?».
L’Iran ha protestato con la Francia per la presentazione al festival di Cannes di Persepolis, il film animato tratto dai fumetti dell’iraniana Marjane Satrapi, un attacco ironico al regime islamico durante e dopo la rivoluzione a Teheran. Che cosa ne pensa?
«Lei è brava e coraggiosa. Il film non l’ho ancora visto. Ve lo saprò dire».
Come vede il futuro in Persia?
«Non sono un profeta, ma una cosa la so: una repressione simile non può durare. Gli iraniani però devono trovare in se stessi la forza di reagire, non serve un’invasione di soccorsi dall’estero. L’ideale sarebbe che si affermasse la democrazia, sono cent’anni che speriamo. Le probabilità sono buone, ma staremo a vedere».
Lei è musulmano?
«Sono nato in una famiglia musulmana ma sono stato educato in modo laico».
Suo figlio, di sei anni, è frutto di una coppia mista. Riceve un’educazione religiosa?
«Attualmente il piccolo si interessa al buddhismo. Noi, in quanto genitori, cerchiamo di dargli una cultura più ampia possibile. Sarà poi lui a scegliere la sua strada».
Che cosa si augura per il suo Paese?
«Soprattutto più diritti per le donne. Ho la sensazione che gli uomini persiani abbiano perso. Spero che in futuro le donne possano contare di più. Altrimenti sarà una catastrofe per noi tutti».
Hanno perso anche i maschi europei?
«Non lo so, su questo non mi pronuncio e poi non sono un tuttologo».
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