Saggi faziosi: l'unità nazionale? Merito dei partigiani non dei Savoia

Per l'economista Giorgio Ruffolo tra Garibaldi e la Resistenza c'è un vuoto politico. Riempito da qualunquisti e clericali

di Ugo Finetti

La celebrazione dell’unità d’Italia deve servire a mettere sul banco degli imputati gli ultimi 150 anni in nome di una futura «unità nazionale» che solo la sinistra potrà realizzare? Sembrerebbe di sì a leggere il libro di Giorgio Ruffolo (Un paese troppo lungo. L’unità nazionale in pericolo, Einaudi, pagg. 239, euro 18,50). A partire dal divario Nord-Sud che ha «allungato» il nostro paese, la storia dell’Italia unita ha in queste pagine solo due momenti positivi: il «Risorgimento caldo» di Mazzini e Garibaldi e il «Secondo Risorgimento» della Resistenza. Ma ad entrambi avrebbero fatto seguito lunghi periodi negativi - «Risorgimento freddo» e «Resistenza tradita» - che determinano un giudizio complessivo di «fallimento dell’unificazione nazionale».
Il «cattivo» è sempre ravvisato nel ceto medio sfuggito all’inquadramento sindacale.

La vendetta dell’Antirisorgimento la vediamo infatti alimentata in questi 150 anni da una «piccola borghesia frustrata da secoli di servitù» che prima incoraggiò la destra nazionalista e poi il fascismo e quindi «dall’avvento di una classe di piccoli imprenditori e di lavoratori autonomi» che ha inquinato la nostra società negli ultimi decenni creando le basi di un consenso al «corsaro» Bettino Craxi e al «populista» Silvio Berlusconi secondo «l’affermazione di valori individualistici, per meglio dire privatistici».

In questo libro è significativo il modo in cui un’intellettualità della sinistra italiana tenda a «chiamarsi fuori» da come si è realizzata l’unità d’Italia. Scorrendo le vicende nazionali dopo la scomparsa di Cavour, prima con la destra liberale e poi con Giovanni Giolitti non troviamo ragioni di segnalare un qualche successo. Ruffolo mette a confronto i giudizi storici sulla crescita dell’Italia nei suoi primi cinquant’anni di unità argomentati da Benedetto Croce e da Antonio Gramsci evidenziando una netta propensione per l’accusa comunista rispetto alla difesa liberale.

Quindi attraverso il ventennio mussoliniano Ruffolo enuclea i tre mali fondamentali che si proiettano come eccezione d’infamia anche sul presente. E cioè: fascismo, clericalismo e irrisolta questione meridionale.

Ancora oggi in Italia vediamo una «questione meridionale» aggravata dal groviglio tra Lega al Nord e mafia al Sud, un’aggressiva e pericolosa invadenza neoguelfa della Chiesa e - soprattutto - una situazione allarmante per la democrazia. L’«essenza del fascismo» la si può ritrovare - scrive Ruffolo - negli attuali fenomeni di «plebiscitarismo elettorale», di «decisionismo autoritario», di «distruzione ludica», di «bombardamento mediatico», ecc.
La tesi ricorrente è un giudizio sistematicamente negativo su chi ha governato il paese e infatti non compare un’analisi critica né sul comunismo che ha dominato la sinistra italiana, né sull’estremismo che l’ha inquinata.

Ma il considerarsi «Altra Italia» serve a comprendere che cosa è davvero accaduto in Italia e il suo sviluppo che è apparso talora «miracoloso» agli occhi stranieri? Ed è davvero esistita questa sedicente «Altra Italia» di sinistra che si atteggia a essere vissuta in perenne ritiro nel deserto con cintura di pelle ai fianchi e cibandosi di locuste? Sarebbe più interessante che nell’occasione della festa dei centocinauant’anni ogni componente politica, sociale e culturale facesse un bilancio spassionato di come abbia concorso alla identità dello Stato italiano senza concentrare il positivo in un «attimo fuggente» quale sembra essere stata in queste pagine la Resistenza.