Sagrada Familia, l’arte che scolpisce nel tempo

Etsuro Sotoo, giapponese di Fukuoka, classe 1953, scultore, è uno dei personaggi più discussi nel mondo dell’arte. Fa parte, infatti, del gruppo di architetti e artisti che stanno portando a termine nientemeno che la Sagrada Familia di Barcellona, il capolavoro incompiuto di uno dei mostri sacri della storia dell’architettura, Antoni Gaudì.
La sua responsabilità è immensa, data soprattutto la concezione della Sagrada, dove i confini tra le due arti sono aboliti completamente, e dove un pensiero potentemente unitario ha guidato l’opera del grande maestro catalano. La storia di Sotoo, raccontata nel libro-intervista realizzato con José Miguel Almuzara e pubblicata da Cantagalli nel volume Dalla pietra al maestro (pagg. 125, euro 14,50), è una di quelle che sembrano fatte apposta per prendere a calci i preconcetti estetici (e antropologici) nei quali siamo immersi.
Sotoo è un artista che, tanti anni fa, credette di passare dalle parti della Sagrada Familia e fermarsi lì per un breve periodo di lavoro. Invece ci è rimasto per sempre, convertendosi addirittura al cristianesimo. Ma non è questo l’aspetto che c’interessa maggiormente, qui. È, piuttosto, il termine principale della vicenda, ossia la pietra. Sotoo non ha incontrato Gaudì attraverso i libri, ma mettendo mano alla pietra là dove l’aveva messa il maestro, immedesimandosi con lui non tanto per via imitativa, ma attraverso l’amore per la materia. La grande scuola giapponese da cui Sotoo proviene non è stata rinnegata, anzi: è stata esaltata, poiché il metodo appreso dai suoi insegnanti si è rivelato esatto.
Noi viviamo nell’epoca più materialista e, insieme, più nemica della materia che si possa immaginare. Abbiamo elevato tristi monumenti all’Incomunicabilità, all’Unicità, alla Non-trasmissibilità dell’esperienza. Nel genio non ci si può immedesimare, dice la vulgata: lo si può ammirare, se ne può godere (ah, le emozioni!), ma non lo si può fare nostro. Sotoo smentisce questo preconcetto, che nasce dalla nostra paura della materia. Sia fatta di marmo, di terra, di colori o di parole, la materia è sempre la carne dell’esperienza.
Ma della materia fa parte anche il tempo. Una grande opera d’arte non è solo linee, superfici, disegno, composizione, ma anche tempo, durata. È nel tempo che le grandi cattedrali sono cresciute, affermandosi nell’esperienza degli uomini: è nel tempo che le grandi opere d’arte si radicano nella terra del mondo, ben oltre l’ingegno (sempre limitato) del loro autore. Un’opera d’arte è la sintesi di un’esperienza, che è di tutti prima di essere di qualcuno in particolare. Come dice Sotoo, in modo fulminante: «non dovevo guardare Gaudì, ma guardare là dove lui guardava».