Sai che scoperta: hanno dato a Messi il pallone d’oro

TRIONFO BLAUGRANA Barcellona superpremiato Quattro su cinque della Top5 hanno vinto la Champions

Si sarebbe potuto anche non votare. Messi pallone d’oro è l’ovvietà del pallone. Giusto e scontato. Meritato e banale. Bacia il trofeo, Lionel. Bacia che sarai baciato. Messi torna da trionfatore a Barcellona, non tanto per il premio, quanto per il risultato che gli sta appena dietro: il Barça ha vinto sette palloni d’oro, il Real Madrid sei. C’è sempre un modo per rinvigorire la rivalità e Lionel è il pretesto che allunga il «Clasico» di qualche giorno. Lui e Xavi terzo, in mezzo Cristiano Ronaldo. Poi Iniesta e Samuel Eto’o, che l’anno scorso giocava in Catalogna come gli altri tre che accerchiano il portoghese del Real nella classifica.
Quattro su cinque nella top five: Guardiola legge la graduatoria e deve avere un moto di orgoglio. Poi però legge la storia del premio e scopre quello che scopriamo tutti oggi: Messi è il primo argentino a vincere il pallone d’oro. Unico e solo. Sivori lo vinse da naturalizzato italiano, Di Stefano da spagnolo. Lionel arriva dove non è arrivato neanche Maradona, ma per regolamento. Ai tempi di Diego il premio era riservato soltanto agli europei: lui giocava e vincevano Rummenigge, Rossi, Platini, Bijelanov, Gullit, Van Basten, Matthäus. Quello che è stato negato a Maradona viene donato adesso a Messi perché il mondo è cambiato e il calcio con lui: Leo si prende quello che avevano già avuto i brasiliani Ronaldo, Rivaldo e Kakà. Vince a mani basse e senza una scarpa, ovvero il simbolo della sua stagione dell’anno scorso: quella persa nello stacco di testa nell’azione del secondo gol del Barcellona nella finale di Champions di Roma contro il Manchester United. Una vittoria del gruppo scrissero tutti, solo che adesso Messi è quello che ne trae più vantaggio. Il pallone d’oro, certo. Ma non solo quello. C’è il contratto, quindi i soldi: Lionel ha rinnovato fino al 2016 con una clausola di rescissione di 250 milioni e stipendio netto fino a 12,5 milioni. Il giocatore di calcio più pagato del pianeta. Glieli danno tutti volentieri: Laporta che si stende per terra ogni volta che Messi fa una nuova richiesta, Guardiola che parla di lui come se fosse un nuovo messia pallonaro: «È il miglior giocatore del mondo, che altro devo aggiungere?». Ci mette un sorriso, una pacca sulla spalla, una sfregata di mani al pensiero di averlo ancora con lui per molto tempo. Perché Messi è Barcellona: è cresciuto nelle giovanili, è diventato calciatore in quel club, non potrebbe forse giocare come gioca altrove. In Nazionale, per esempio. Là dove allena Diego Maradona e dove Leo non trova né lo spazio, né gli stimoli che riesce a trovare nel Barça.
Messi è quasi più Spagna che Argentina, allora. Così lo tratta la stampa iberica, così lo giudica inevitabilmente il pubblico. Cosa loro, non cosa altrui. «Il calciatore sceso dal cielo», lo definisce Marca. «Ha solo 22 anni, e il presente e il futuro gli appartengono. Sembra umano, ma non lo è, sembra poca cosa, ma nessuno riesce a fermarlo, non sembra un calciatore, ma è il migliore di tutti. Quando Leo ha il pallone, una luce lo illumina». Lui, Messi, l’ha spiegata così al Pais: «Sono sempre stato il più piccolo. In campo non do ordini a nessuno. Se devo dire qualcosa, cerco di farlo con il pallone. Non sono uno che parla molto. Parlo quando ho la palla. So che ho un dono, ogni giorno ringrazio Dio, ne approfitto e gioco come mi viene».