Sai che vittoria aspettare immobili il ritorno del marito traditore

diÈ ritornato a casa. Lesso. Cioè con le fibre psichiche rammollite dalla cottura nel brodo del tradimento. Insapore o, alternativamente, rancido, a seconda della quantità e qualità delle attenzioni erotiche nel frattempo ricevute.
Eppure la moglie è felice del ritorno del marito, tanto da scrivere un libro, così da raccontare al mondo come sia riuscita a fargli riprendere la via di casa. Lo scoop sembra essere il non aver fatto nulla. L’avere, in pratica, lei aspettato pazientemente che la fiamma clandestina si esaurisse. Senza pianti, senza minacce, senza richieste economiche. Laura Manson ha ascoltato il marito, dubbioso sul fatto di averla mai amata in venti anni di matrimonio e, imprevedibilmente, gli ha suggerito di seguire le sue istanze di libertà, rassicurandolo che lei sarebbe stata solidale, che non ci sarebbero stati ostacoli nella frequentazione dei figli e che lei sarebbe stata tranquilla ad aspettare l’evoluzione, o l’involuzione, della crisi coniugale. Detto, fatto. Anzi, lei non ha fatto nulla, se non attendere. Lui, possiamo ben immaginare, avrà fatto di tutto, fino ad annoiarsene, di qualsiasi cosa abbia a che fare con la ovvia ripetitività del sesso. Perché questo è in genere il nome da dare alle crisi d’identità coniugali, quando non siano meglio specificate in Barbara, Samantha, o anche Marco o Tommaso. Dopodichè, ma molto dopo di che, ha deciso che la moglie sì l’aveva amata, che i figli gli mancavano e che le quattro mura di casa sua, nelle quali erano rimaste protette tutte le consuetudini domestiche, un giorno invise, costituivano invece un porto sicuro. Ed è tornato. E la moglie se l’è ripreso. Quasi tutti gli uomini vorrebbero fare questa manfrina e non pagare il dazio. Alcuni ce la fanno. Altri no. Non perché ci sia differenza nella loro capacità di ripresa, ma perché la vera incognita è rappresentata dall’infinita gamma di reazioni femminili. Che si distinguono in due gruppi principali: la risposta al tradimento delle donne che amano, e la risposta di quelle che non amano.
Chi ama, in genere, non può accettare di essere tradita e, dunque, espelle al più presto l’ingannatore dal suo mondo, delusa dalla slealtà e dalla miseria della sua volontà.
Altre si immolano sull’altare del perdono, convinte che la vita eterna le premierà del sacrificio di avere sopportato un uomo vile e preda dei suoi istinti. Non sanno che il perdono è il primo di una lunga serie e che forse la vita eterna non le appagherà in proporzione. Quelle che non amano, approfittano, in ogni caso, dell’occasione offerta su un piatto d’argento dal fedifrago. O lo mollano all’istante, facendosi risarcire lautamente per «l’insostenibile dolore subito», oppure se lo tengono facendo finta di niente e così passano per sceme. O, ancora, alcune lo fanno ballare sulla corda dell’incertezza, aspettando il momento giusto per farlo precipitare in un guano accuratamente predisposto. Altre, poi, simulano un rinnovato amore e, intanto, mettono a segno perfidi colpi alla schiena della, in genere, ignara complice dell’adulterio. Ci sono donne che ingaggiano aperte o sotterranee guerre con l’amante di turno del proprio marito, non per amore ma perché non tollerano di perdere lo status o il portafogli a vantaggio della terza incomoda.
Fatto sta che tutti, ma davvero tutti, gli uomini autori delle cosiddette scappatelle - che in realtà sono terremoti emotivi, forieri di autentici danni, per qualsiasi unione considerata seria - non riescono a dimostrare quasi mai di essere padroni del loro cuore e tantomeno del cervello. Si fanno guidare dal noto timone, che pure non risponde al comando se non delle donne che, di volta in volta, sanno dove direzionarlo. E così, che sia una moglie sacrificale o interessata, invece che un’amante ingolosita, a guidare il veliero sono le donne. E l’uomo disorientato tra scirocco e tramontana, fa la spola tra l’una e l’altra. Chiedendo a entrambe accoglienza e venia. Quello che le donne non sanno, quantomeno una delle due non lo sa, è che il fermarsi in porto del veliero è dovuto essenzialmente alla scelta dell’altra di abbandonarlo al suo destino. Dunque, chi crede di aver vinto in realtà ha perso. Perché il trofeo è costituito da un uomo incapace di esplorare i mari senza superare le tempeste ormonali e senza riconoscere l’assalto dei pirati.
Dite a Laura, vi prego, che questo approdo non le darà che una gioia passeggera: solo il tempo necessario finché lui ritorni a credere di essere uno yacht in grado di solcare senza rischi nuovi mari e nuovi orizzonti.