Con Saint Laurent l’austerity fa tendenza

Gli abiti essenziali di Pilati convincono il jet set: li indossano anche Carlà e Kate Winslet. Lo stilista italiano che disegna le collezioni del marchio Ysl ricrea le atmosfere di sobria eleganza lanciate negli anni ’70

Parigi - Succedono cose strane nel mondo della moda mentre a Parigi sono in corso le sfilate del prêt à porter femminile per il prossimo inverno. Ieri sulla passerella di Giambattista Valli si è manifestato Saint Laurent nel senso di Yves, l'indiscusso genio della moda del XX secolo, un pifferaio magico capace di trascinare le donne lontane dal brutto e dalla banalità. A tarda sera, invece, ha sfilato la collezione di Ysl disegnata da Stefano Pilati: un inno all'essenzialità di una camicia bianca in popeline sulla gonna grigia e dritta come un tubo di stufa.

Qui la vera stranezza sta nei risultati finanziari della griffe che per la prima volta in 10 anni ha raggiunto il cosiddetto breakeven. Gli analisti finanziari non riescono a credere che il marchio abbia ottenuto ricavi per 263 milioni di Euro nel 2008, annus horribilis per l'economia mondiale, ma le cifre parlano chiaro: finalmente da Saint Laurent torna il nero almeno per quel che riguarda i bilanci. «Mi sono ispirato al grande Yves, non al suo stile, all’atmosfera che sapeva creare intorno a sé scegliendo persone e cose con il gusto di uno straordinario collezionista» ha detto Valli subito dopo la sua bella sfilata piena di colte citazioni a un universo semantico difficilmente ripetibile. C'era per esempio una stampa ripresa dal disegno della carta da parati prediletta dal grande Yves che il giovane stilista romano ha scoperto essere a sua volta riferito all'acconciatura a piume di pavone della marchesa Casati in un celebre dipinto di Boldini.

Certi violenti contrasti per esempio tra il corto dei caban e la luprovanghezza degli abiti, oppure tra le spalle sempre voluminose e la parte inferiore dei modelli di linea asciutta, sottile, a volte filiforme, aveva un certo non so che di simmetrico con la spregiudicata eleganza delle grandi amiche di Saint Laurent: Betty Catroux e Loulu de la Falaise. Inevitabile comunque ripensare alla celeberrima collezione russa del 1976, al lancio del profumo Opium, alle donne più chic del mondo (una da noi in Italia era Vittoria Leone) improvvisamente severe e coperte dalla testa ai piedi dopo innumerevoli stagioni di minigonne e anarchia vestimentale. Il pregio della sfilata di Valli sta proprio in questa coincidenza significativa tra l'epoca che stiamo vivendo e quella dell’austerity anni 70. «Non credo nella superstizione, ma nella bellezza» ha risposto lo stilista a chi gli chiedeva se non teme un calo nelle vendite per via dei modelli stampati o addirittura realizzati con penne di pavone che per qualcuno sono il massimo del menagramo. Nel frattempo a Parigi circola la voce che «Giamba» sia fra i candidati alla successione di Karl Lagerfeld da Chanel, ma su questo punto è impossibile avere riscontri.

Si sa invece cosa ha fatto levitare il fatturato di Saint Laurent grazie alle ammissioni di Valerie Hermann, 45 anni, amministratore delegato della griffe dal 2005. L'intelligente signora ha dichiarato al Financial Times di aver rifiutato un contratto di licenza per l'abbigliamento da bambini ma di essersi concentrata con Stefano Pilati a sviluppare tre limited collection. La prima, chiamata 24 Hours, si compone di modelli in perfetto stile Ysl a prezzi più accessibili di quelli da passerella. Poi c'è «Soir» fatta di abiti da sera tra cui quelli recentemente indossati da Kate Winslet sul red carpet e da Carla Bruni alla cena di beneficenza organizzata da Pierre Bergé per raccogliere fondi contro l'Aids. E infine «Unisex», abiti da uomo a misura di donna.

Davanti a un simile sfoggio di marketing si può ancora parlare di creatività stilistica? «Si può e si deve» dice Dries Van Noten. E la sua poetica collezione di modelli classici magistralmente colorati nei toni cari a Francis Bacon ha toccato il cuore di tutti. Non si può dire altrettanto della donna-statua di Viktor & Rolf, ma senza dubbio l'impatto scenico era impeccabile.