Sakhalin2, Shell si arrende alle pressioni russe

Il gruppo anglo-olandese cederà il controllo del giacimento a Gazprom, che intanto raggiunge un accordo di sfruttamento con l’Iran

da Milano

Il presidente russo Putin ha ottenuto un’altra importante vittoria nella battaglia per il controllo del settore energetico russo, e non solo. Shell si è arresa alle pressioni russe che, agitando lo spauracchio di sanzioni per presunte violazioni della normativa ambientale, la spingevano a cedere il controllo del giacimento Sakhalin2. L’agenzia di stampa russa Itar Tass ha infatti annunciato che le due società «sono vicine a un accordo». Questo prevederebbe il passaggio in mano russa del pacchetto di controllo del consorzio per la ricerca e lo sfruttamento, che vede coinvolte anche le giapponesi Mitsui e Mitsubishi. Fino a questo momento Shell aveva già investito 22 miliardi di dollari che rischiavano di andare in fumo: Mosca ha mostrato di saper essere piuttosto sbrigativa quando vuol mettere le mani su qualcosa che le interessa. La vicenda Yukos è lì a dimostrarlo.
E ieri i numeri uno di Gazprom, Aleksei Miller, e di Shell, Jeroen van der Veer, si sono incontrati in un faccia a faccia definito «assai positivo e costruttivo, una trattativa riuscita che segna una nuova tappa». Verso il controllo russo di tutte le sue fonti energetiche, ovviamente.
E mentre Mosca serra la sua stretta su gas e petrolio, le società russe puntano sempre di più all’estero. Il vice-ministro russo per l’Industria e l’Energia, Ivan Materov, ha annunciato ieri che Gazprom in Iran potrà non solo fare ricerca ed esplorazione, ma anche fare produzione di gas: «Ci sono molte possibilità che Gazprom si impegni nella produzione» ha detto. E va ricordato che i russi si stanno muovendo con decisione per riconquistare spazio nei Paesi dell’Asia Centrale che facevano parte dell’ex impero sovietico.
Intanto un consorzio costituito da Gazprom, Rosneft e Zarubezh Neft potrebbe essere costituito per intraprendere ricerche petrolifere. Il progetto è stato tirato fuori dallo stesso Putin, anche se ha qualche piccolo inconveniente: la demarcazione delle acque territoriali sul mare di Barents, sul mar d’Azov e sul mar Caspio non è chiara e potrebbe dare adito a qualche contenzioso. L’obiettivo è arrivare a produrre 100 miliardi di tonnellate di idrocarburi (gas e petrolio) tra il 2020 e il 2030, un obiettivo ambizioso che tiene conto del fatto che negli ultimi anni i gruppi energetici russi non hanno fatto praticamente ricerca petrolifera e oggi si trovano con l’acqua alla gola sul lato della produzione. E il fatto che abbiano cacciato la Shell dal controllo di Sakhalin2 è proprio dovuto alla necessità di recuperare terreno sul lato giacimenti.