Sakineh libera: uno scherzo da imam

La nostra debolezza è l’illusione d’una loro compassione. La loro forza è una forma di cinica crudeltà sempre superiore a quella da noi attribuitagli. L’abbaglio di giovedì, quando abbiamo sperato nella liberazione di Sakineh, e il sinistro «Porta a Porta» con morto che parla messo in onda ieri sera da una televisione iraniana corrono tra questi due estremi. È un’illusione dipanatasi tra una percezione illusoria della loro realtà (...)
(...) influenzata dai nostri buoni sentimenti e la cupa determinazione di un fanatismo pronto a giocare con la vita e la morte dei propri cittadini. In questa sinistra parabola Sakineh Mohammed Ashtiani - la donna iraniana condannata prima alla lapidazione per adulterio e poi all’impiccagione per l’omicidio del marito - non è più un imputato, non è più un essere umano, ma solo la pedina di un gioco perverso. In quel gioco la sua colpevolezza o la sua innocenza valgono zero. Il quel gioco pesa solo il principio di una pena comminata in base alla sharia, la legge islamica. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad e quanti come lui sognano un’ulteriore radicalizzazione della Repubblica Islamica la vogliono morta - e possibilmente lapidata - per far capire agli iraniani che il potere è ormai nelle loro mani. E non solo. Dal loro punto di vista Sakineh merita di morire e venir sepolta anche perché simbolo di una battaglia dell’Occidente. Farla penzolare dalla forca o ridurla ad un esangue grumo di carne concorre al braccio di ferro con il resto del mondo quanto difendere il diritto al nucleare. Anzi, è più importante, perché la lapidazione deriva dal diritto divino ed è quindi scelta assoluta, mentre la rivendicazione nucleare è semplice scelta politica.
Questi due concetti, questi due obiettivi, sono fondamentali per capire l’aberrante giochino mediatico-giudiziario sviluppatosi giovedì sera quando, per qualche ora, ci siamo illusi che Sakineh fosse tornata finalmente libera e salva alla propria casa. Purtroppo quello non era il finale a lieto fine suggeritoci dai nostri buoni sentimenti, quello era solo l’inizio di un altro film dell’orrore. Un film in cui la Sakineh in carne ed ossa serve a giustificare il cadavere di Sakineh che verrà. Come ci ha diligentemente spiegato Press Tv, l’emittente satellitare iraniana che trasmette in inglese da Londra imitando Cnn e Al Jazeera, la fugace uscita di galera della condannata e del suo avvocato serviva soltanto a realizzare un servizio televisivo. Un servizio andato in onda ieri sera e girato all’interno della sua abitazione in cui Sakineh spiega come ha ucciso il proprio marito, fornisce prove e ammissioni di colpevolezza interpretando se stessa sul luogo del crimine. Ricordare che Sakineh è stata inizialmente condannata alla lapidazione per adulterio e solo successivamente all’impiccagione per omicidio ha, in questo contesto, ben poca importanza. Il doppio processo, di cui nessun avvocato ha peraltro visto le carte, non ha nessun valore giuridico, serve solo a giustificare il fine ultimo, ovvero l’eliminazione di una donna simbolo. La stessa condanna alla lapidazione sarebbe, del resto, un assurdo, visto che il Corano manco la menziona e i sacri testi islamici esigono che l’atto adulterino venga descritto ai giudici da almeno due testimoni. Ma queste per i fanatici del neo-integralismo iraniano sono inutili leziosità. Per loro quel che conta è offrire all’opinione pubblica una montatura credibile della colpevolezza di Sakineh.
La rumorosa campagna dei media occidentali, il discreto, ma compulsivo, interesse di un pubblico iraniano appassionatosi - grazie ad internet e tv satellitari - al caso Sakineh, le divisioni del regime evidenziate dall’intervista al Wall Street Journal in cui il presidente del Parlamento Alì Larijani auspicava di «riuscire a salvare» la condannata richiedono messe in scena più sofisticate delle abusate autoconfessioni. Quella è roba vecchia, roba ereditata dai carnefici dello scià. Per chiudere il caso Sakineh serve invece una finzione mediatica più sofisticata, serve un format nuovo, più cinico di quelli occidentali, serve un’inchiesta televisiva con morto che parla. E, così, ecco entrare in campo Press Tv, la Cnn degli ayatollah, capace - grazie al suo format occidentale - di trasformare il caso di Sakineh in spettacolo televisivo. Con l’unica greve e sostanziale differenza: che gli obiettivi non sono né l’audience, né l’informazione, ma la giustificazione dell’imminente morte del protagonista. Insomma, un’inchiesta di cronaca alla rovescia, un «Annozero» all’estrema potenza del fanatismo in cui, partendo da una fiction, si arriva a motivare l’esecuzione dell’ospite in studio.