Sakineh non merita né la lapidazione né la santificazione

Caro Granzotto, vorrei spingermi su un terreno periglioso: Sakineh, l’ormai conclamata eroina dell’occidente. Nelle città europee i palazzi e i muri sono zeppi di stendardi e manifesti che ne riportano l’immagine, invocanti la sua scarcerazione. Sul suo capo pendono due accuse: quella di adulterio (che tutti noi, almeno oggi, riteniamo risibile) ma anche quella di complicità nell’assassinio del marito, materialmente eseguito dal suo amante, che avrebbe collegato i piedi del malcapitato alla presa della corrente. Ora, io sono contrario alla pena di morte (per non parlare del barbaro strumento con cui viene irrogata in Iran) ma chiedere a gran voce il rilascio incondizionato di Sakineh mi sembra dipendere, come spesso accade, dall’isteria collettiva. Certo, se l’imputazione fosse un pretesto del regime iraniano per reprimere politicamente la donna non esiterei un istante a farmene paladino, unendomi a tutti gli altri. Tuttavia, ho l’impressione che l’opportunità politica l’abbiano individuata, e cavalcata, proprio i Paesi occidentali. Dunque, propongo un nuovo slogan: «No alla pena di morte per Sakineh» (ma, ça va sans dire, sì al carcere, se verranno provate le sue responsabilità). Lei, priore degli anticonformisti, che ne pensa?
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Ma lo sa, caro Marrona, che il segretario generale del Consiglio iraniano per i diritti umani, Mohammad Javad Larijani, ha fatto sapere che la condanna a morte per lapidazione è fra tutte la più umanitaria? Perché le pietre da tirare in testa alla vittima non possono, per regolamento, essere troppo grandi e quindi lì per lì non fanno poi tutto questo gran male? In ogni modo, umanitaria o meno sono con lei: no alla pena di morte per Sakineh Mohammadi Ashtiani: che ella sconti da viva le colpe commesse in combutta col suo amante-cugino. Però, no anche alla sua martellante santificazione mediatica. Sakineh non è un’eroina, non è un dolorante simbolo delle malefatte d’una crudele giustizia. Più che legittimo e in sintonia coi tempi di travolgente relativismo - anche morale - che il Nobel Naipaul, gli attori Robert De Niro e Juliette Binoche, il cantante Sting e la vedova di Harold Pinter ne chiedano, assieme a altri appartenenti al jet set, anche la scarcerazione. Ma rimane il fatto che la scarceranda non è quel fiore di virtù, bensì una assassina. Non è nemmeno una vittima, ruolo che spetta, e di diritto, al signor Ashtiani, destinato da Sakineh e dal suo complice a prematura fine arrecata a mezzo sedia elettrica artigianale. Home made direbbero gl’inglesi.
Ce ne sono stati rifilati tanti, di cattivi maestri, di pessimi soggetti elevati a simboli, di falsi eroi e filantropi gaglioffi che davvero non si sente il bisogno di allungare la lista con una omicida. E se vogliamo proprio dirla tutta, ci siamo grandemente rotte le scatole delle lagne e piagnistei e suppliche e appelli a favore dei caini - «Nessuno tocchi Caino»! - cui corrisponde l’abbietto disinteresse per la sorte degli abeli. Così come ci siamo stufati delle menate sul dovere morale di privilegiare gli ultimi, i diversi, i colpevoli, i somari, le sedicenti vittime del disagio sociale a scapito dei primi, degli uguali, degli onesti, di chi si applica nello studio e delle persone di carattere che fino a prova contraria hanno da sempre costituito la forza motrice del progresso e del benessere generale (anche quello dei ciucci). Abbiamo caterve di associazioni umanitarie che spendono tempo e danaro, non sempre privato, per assistere le battone, i drogati, i vuccumprà, i boscimani, le zingarelle, le cubiste moldave disoccupate o i somali in crisi d’astinenza di latte di cammello, il tutto nell’aristocratico e politicamente corretto disprezzo per le necessità, pei bisogni primari dei nostri connazionali meno fortunati. Per quanto mi riguarda, caro Marrona, non faccio fatica ad ammettere di nutrire più pietà per l’anziano nostro connazionale destinato alla solitudine che non per la superstar Sakineh Mohammadi Ashtiani.
Paolo Granzotto