Alla Sala Uno tre «incursioni» nel teatro del grande Eduardo

Linari confeziona una partitura drammaturgica ricavata da tre celebri testi di De Filippo

Una vita in palcoscenico. Un’intera esistenza coagulata in tre momenti ben definiti. Tre atti che corrispondono ad altrettante incursioni nel teatro e al suo particolare climax: il freddo glaciale (Uomo e galantuomo), il caldo umido soffocante (Questi fantasmi), e l’essenzialità spoglia tipica del gelo interiore (Filumena Marturano). «Se si usa in modo giusto la vita che continua, la tradizione può darci le ali» diceva Eduardo nell’81, dispensando perle di saggezza agli studenti riuniti nel teatro Ateneo della Sapienza.
E la vita che continua, usata come trampolino per osare l’inosabile, servirà agli attori giovani della compagnia di prosa Annabella Schiavone per volare nell’universo eduardiano e rappresentare, confrontandosi con un’icona del teatro del 900, un lavoro ispirato proprio al padre di Napoli milionaria.
«Eduardo 900» è il titolo della messa in scena che debutta il primo novembre al teatro Sala Uno per la regia di Gabriele Linari, da un’idea di Gino Auriuso che ha lavorato allo script per cinque lunghi anni evocando e reinterpretando De Filippo svincolandolo dalle forme irrigidite plasmate dall’immaginario collettivo. Interpretato da Mimmo La Rana, Antonella Schiavone, lo stesso Auriuso, e Francesca Sepe, con musiche originali suonate live da Silvano Boschin, lo spettacolo è una rilettura ricca di contaminazioni - musica, danza e poesia - della vita artistica e privata del grande autore partenopeo.
Da Uomo e galantuomo a Filumena Marturano passando per Questi fantasmi. Sono questi i tre passi nel mondo del grande De Filippo che il pubblico effettuerà per assaporare gli aspetti trascurati, o oscurati da messe in scena classiche delle sue commedie. «Rappresentazioni inamidate, fedeli soprattutto nella ricostruzione degli interni» confessa Linari, spiegando che di Eduardo in questo spettacolo verrà data un’impronta del tutto diversa.
«L’uomo De Filippo era prigioniero di un profondo conflitto tra teatro e vita, la sua fu un’esistenza scavata dal teatro, tra gelo e calore». Ecco allora le scene (di Matteo Moscarelli) iconografiche del teatro eduardiano fatte a brandelli, scardinate, e riproposte a mo' di frullato: gli interni poveri, le case-sgabuzzino, gli oscuri bassi napoletani dove si respiravano suggestioni popolari, aforismi, rituali religiosi, odori di cucina, e superstizione.
«Il 900 è stato un secolo contraddittorio, il progresso frenetico ha partorito una società disumanizzata» chiosa il regista, che definisce De Filippo artista, filosofo, e grande pensatore. «Ma soprattutto, un attento osservatore di una società ormai in via di estinzione. Nel 2000 molte cose sono cambiate, però restano gli errori dell’umanità, i suoi vizi capitali». Gli stessi vizi deformanti che Eduardo ha evidenziato usando la lente della drammaturgia e ha portato alla ribalta, soffermandosi soprattutto su uno: l’avvilimento.
«Le star del teatro di Eduardo? Sono gli sconfitti - spiega l’autore Gino Ariuso - perciò lo spettacolo è vicino a noi perché, sia che si tratti di guerra che di dopoguerra, l’avvilimento umano è ancora nell’aria".
Sala Uno - piazza di Porta San Giovanni, 10 fino al 20 novembre.