Salari, sicurezza, Dico: l’Unione batte il record delle riforme abortite

Decreti non convertiti, leggi saltate.
Così il Paese è stato paralizzato. Il governo Prodi ha vissuto 20 mesi sul ciglio del baratro traendo
dallo spettro della crisi il suo principale sostentamento

da Roma

Emergenza-salari, emergenza-rifiuti, emergenza-sicurezza, emergenza-liberalizzazioni, emergenza-diritti gay. Il governo Prodi ha vissuto 20 mesi sul ciglio del baratro traendo dallo spettro della crisi il suo principale sostentamento. Crisi intesa non solo come estenuante mediazione tra forze politiche in conflitto di interessi, ma soprattutto come ciclica riproposizione di situazioni-limite che richiedevano interventi urgenti. L’uso spropositato dei decreti da parte del governo con conseguente posizione della fiducia nasceva proprio dalla sintesi di queste due istanze. Se non fosse esploso il caso Mastella, la caduta di Prodi sarebbe stata probabilmente rinviata. Perché anche quest’anno si sarebbe dovuto fare il conto dei provvedimenti «bloccati». L’elenco traccia il confine tra le reali necessità del Paese e la propaganda in veste normativa.
Manovra-bis
È l’unico modo per definire lo strumento con il quale il governo sarebbe dovuto venire incontro alle richieste di sindacati e sinistra radicale. La «redistribuzione sociale» chiesta da Franco Giordano e dalla Cgil implicava da una parte l’impiego dell’ennesimo «tesoretto», ossia dell’extragettito fiscale, e dall’altra l’intervento sull’armonizzazione del prelievo sulle rendite, ossia tassare i Bot al 20% anziché al 12,5%. «Dieci miliardi? Non so dove prenderli», disse lapidario Padoa-Schioppa. I partiti di centrosinistra che chiedono un governo istituzionale lo fanno anche per utilizzare questa leva in campagna elettorale.
Liberalizzazioni
La terza «lenzuolata» di Pier Luigi Bersani è ferma al Senato da giugno, messa in stand-by dalla Finanziaria. Eppure l’abolizione della commissione di massimo scoperto sui conti correnti bancari non era cosa da poco. Le prime due, approvate per decreto, ce l’avevano fatta. Il ministro dello Sviluppo economico ha avuto maggior successo della collega Lanzillotta che in venti mesi non è mai riuscita a districare da Palazzo Madama il ddl servizi pubblici, parecchio depotenziato rispetto agli obiettivi iniziali dai veti della sinistra radicale.
Giustizia e immigrati
Da qualunque punto iniziasse a parlare del tema, il centrosinistra non è mai giunto a capo di nulla. Il decreto sicurezza, emanato dopo l’assassinio di Giovanna Reggiani, è stato lasciato decadere dopo l’inserimento pasticciato di alcune norme. Riproposto a fine dicembre, le Camere, convocate a domicilio, dovrebbero riuscire ad approvare le norme che consentono l’espulsione di cittadini comunitari per «motivi imperativi di pubblica sicurezza». Naufragato anche il ddl delega Amato-Ferrero che avrebbe abolito i centri di permanenza temporanea e avrebbe semplificato le procedure per il rilascio dei visti. La caduta di Prodi non ha risparmiato nemmeno il ddl Mastella sulla limitazione dell’utilizzo delle intercettazioni (origine di una nuova lite con Di Pietro) e la norma per accorciare la durata dei processi. Ma forse queste erano emergenze figlie di un dio minore.
Convivenze
Prima ci hanno provato Rosy Bindi e Barbara Pollastrini con i Dico, poi Cesare Salvi con i Cus, ma l’aggiornamento del codice civile per regolamentare le convivenze sia omo che etero non è mai approdato a buon fine. Ostracismo della Chiesa? No, divisioni della maggioranza. Mastella e i teo-dem non hanno mai gradito. C’è da dire che lo «scardinamento» degli assi ereditari per far posto a compagni e compagne di vita avrebbe aumentato i contenziosi legali. Questa non era un’emergenza, ma un punto del programma. Prodi se n’era già lavato le mani da tempo insabbiando la questione in Parlamento.
Televisione
«In questi mesi si sono finalmente mossi i primi passi per ripristinare le regole del diritto». Il ministro delle comunicazioni Gentiloni non poteva non dirsi soddisfatto della bocciatura del sistema di accesso alle frequenze tv sancito dalla Corte Ue. Il ddl sponsorizzato dal ministro aveva trovato la «giusta soluzione»: abbattere il concorrente privato della Rai, cioè Mediaset, applicando da un lato un tetto ai ricavi pubblicitari e dall’altro spedendo Rete 4 sul digitale terrestre e liberando d’imperio spazio per gli altri. Mediaset e conflitto di interessi (anche questo impantanatosi in Parlamento) sono sempre nel mirino della sinistra. Poi, le maggioranze si sfaldano e l’emergenza torna utile per la campagna elettorale.
Che cosa si salva
Il governo Prodi non ha solo approvato ddl finiti nelle sabbie mobili del Parlamento. Per quanto riguarda l’emergenza rifiuti, nello scorso maggio è riuscito a far convertire un decreto sui siti di stoccaggio in Campania. Per lo più disatteso. Ora che la «patata bollente» è in mano a De Gennaro giovedì si è pensato bene di emanare un’ordinanza per consentire la costruzione del termovalorizzatore di Acerra consentendo una proroga delle agevolazioni Cip 6. E sempre in termini di agevolazioni grazie alla prossima conversione del «milleproroghe» si salverà l’ennesima rottamazione. Tutto questo fino alla prossima emergenza.