Salas, un esordio narrativo ironico e onirico

Nella terra di nessuno c’erano tutti (Avagliano, pagg. 222, euro 13) è l’opera di esordio del trentenne romano, di origini siciliane, Alessandro Salas. Il suo romanzo, spassoso e surreale, immediato e - a tratti - gergale nella scrittura, ingrana subito.
«È una città dove ha luogo la nostra piccola storia - si legge all’inizio - un enorme e grigio brulicare di milioni di esseri viventi, umani e non. Troppo grande per avere un nome proprio, la chiameremo semplicemente Città». In quel luogo immaginario, dunque più reale degli altri, due improbabili personaggi, Daemon e Christo (un pazzo con la fissazione del bungee-jumping, e un giovane senza fissa dimora) si incontrano per caso e intraprendono un viaggio attraverso un sottomondo metropolitano affollato da vescovi prestigiatori, nani, mafiosi, danzatrici rabdomanti, creature deformi, angeli dalle ali mozze. Tra salti nel vuoto, botte da orbi, esplosioni e incontri sorprendenti, i protagonisti si troveranno loro malgrado incaricati di una missione apparentemente semplice: riportare a casa Mamma Lontano, un donnone informe, mitico personaggio della comunità dei diseredati, anziana levatrice che li ha fatti nascere tutti, accogliendoli nel mondo con il suo calore e mitigando, anche se per poco, le fatiche di un’esistenza ai margini.
Non c’è dubbio che il retroterra, più o meno consapevole, operante nella scrittura di Alessandro Salas sia composto, fra gli altri, da autori come Pier Vittorio Tondelli o, per restare più vicini a noi, Paolo Nori. Non nel senso che a quegli autori si riferisce o si ispira, ma nel senso che eredita taluni stilemi dell’attuale narrativa italiana che essi hanno saputo metabolizzare prima e meglio di altri. Non si tratta dunque di contenuti, ma di stile, di atmosfere e di processo scritturale: si procede per associazioni, per vie traverse, per ampie digressioni verso altri poli di gravitazione. Senza però perdere di vista la storia. Non sbaglia chi ha pensato ai film di Emir Kusturica, al fumetto e al romanzo picaresco. Per come si presenta Alessandro Salas («lavoro a singhiozzo come insegnante di informatica, amo l’odore dei fiammiferi e prendere i sottopassaggi in velocità. Non ho molte certezze, se non che il fucsia è un colore immorale») l’arte e la vita sembrano coincidere. Ci auguriamo che non sia così. Lui che studia psicologia ne sa sicuramente qualcosa...