Salatto: «Sarò l’ambasciatore di tutti in Europa»

Stargli dietro è un’impresa. Nel suo studio di piazza Mazzini Potito Salatto, candidato al Parlamento europeo del Pdl, è imperturbabile: il telefono squilla, il cellulare pure, i membri dello staff si affacciano e gli chiedono lumi per incastrare un convengo con una cena, un incontro con un altro. Lui trova spazio per tutti. «Sono fatto così - confessa - è per questo che ho rifiutato Facebook, a me la gente piace guardarla negli occhi».
Onorevole, non manca molto al voto. Possiamo abbozzare un bilancio di questa campagna?
«Sta andando molto bene. È stata l’occasione per incontrare nuovi amici e riscoprire vecchi compagni di viaggio. La fatica c’è, ma le soddisfazioni la compensano. Ho sempre desiderato terminare la mia carriera a Bruxelles. Ho mosso i primi passi in questo mondo nel 1970 dando vita al Cudie, il Centro universitario d’iniziativa europea. Insomma, sarebbe il classico cerchio che si chiude».
Uno dei suoi cavalli di battaglia riguarda il peso da dare a Roma sulla scena comunitaria. Ci spiega perché?
«La città potrebbe promuovere un Forum delle capitali dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Sarebbe utile se si tenesse con cadenza annuale e consentisse di trattare temi fondamentali come l’economia, l’immigrazione, la cultura e la salvaguardia dell’ambiente, con particolare riguardo alle coste».
E a livello nazionale?
«Credo sia arrivato il momento che l’Italia riacquisti una posizione di primo piano nel contesto europeo e tragga tutti i benefici possibili, visto che siamo tra i principali contribuenti e ricaviamo meno di quello che versiamo. Inoltre, essendo uno degli stati fondatori, dovremmo evitare che l’asse franco-tedesco sia egemone».
Il Pdl ha un ruolo in questo processo?
«Se il risultato elettorale dovesse consentire alla delegazione del Popolo della libertà di essere maggioritari nel Ppe, certamente sì. Inoltre vogliamo ergerci a custodi dei valori riconducibili alle radici giudaico-cristiane, per battere il laicismo galoppante di alcune nazioni».
Ha pensato a politiche dedicate ai giovani?
«Le imprese che utilizzano i fondi europei dovranno assumere almeno il 50 per cento degli iscritti ai corsi di formazione professionale. È una soluzione che avevo introdotto nel Lazio quando ero assessore e si era dimostrata molto efficace. Inoltre sono favorevole al livellamento dei salari per evitare la delocalizzazione delle imprese».
Insomma, il suo «in Italia per l’Europa» non è solo uno slogan.
«Non lo è e spero di avere l’opportunità di dimostrarlo. Mi piacerebbe essere l’ambasciatore di tutti».