Sale il costo del lavoro, in Cina si licenzia

Una nuova legge impone alle aziende di pagare contributi e tfr

da Pechino

Economisti ed esperti gettano acqua sul fuoco, ma tra le piccole e medie imprese protagoniste del boom industriale del sud della Cina, è il panico: la nuova legge sul lavoro approvata in giugno dall’ Assemblea nazionale del popolo (il Parlamento cinese) farà aumentare in modo insopportabile il costo del lavoro e ha innescato, secondo notizie comparse sulla stampa di Hong Kong, licenziamenti di massa e fughe verso destinazioni più promettenti, prima di tutto il non lontano Vietnam, dove le parole «sciopero» e «sindacato» sono ancora sconosciute.
Ieri il governo del Guangdong, la provincia più industrializzata del sud della Cina, ha deciso di mandare ispettori nelle fabbriche della regione, per assicurarsi che non avvengano licenziamenti di massa in vista dell’entrata in vigore della legge, il prossimo 1° gennaio. Notizie di licenziamenti «preventivi» sono venute da diverse parti, anche perché uno degli articoli della legge prescrive che chi lavora per dieci anni per la stessa impresa debba essere assunto a tempo indeterminato.
La legge prevede inoltre che tutti i lavoratori abbiano un regolare contratto e alza le imposte che le imprese devono pagare per l’assicurazione sanitaria, la liquidazione e le pensioni dei dipendenti, oltre a rendere difficili i licenziamenti.
Eddie Lam Kwong-tak, amministratore delegato della Onlen Fairyland, un’impresa tessile di Hong Kong con un fatturato di 30 milioni di dollari all’anno che impiega 40mila operai nelle sue 22 fabbriche, stima che il costo del lavoro crescerà del 40 per cento. Il quotidiano online «Asia Times» ha scritto che il 10-20 per cento degli imprenditori taiwanesi che operano nella Cina meridionale «chiuderà i battenti l’anno prossimo». E ciò a causa della legge che, spiega il giornale, viene ad aggiungersi agli altri problemi da «surriscaldamento» dell’economia che già si sono verificati nella regione, come la scarsità di lavoro e i frequenti black-out di corrente.
«Non credo che ci sarà un terremoto, secondo le nostre stime - afferma Davide Cucino, presidente della Camera di commercio italo-cinese - l’ aumento dei costi sarà del 15-20 per cento e questo avverrà solo a pieno regime, tra qualche anno». Secondo Cucino, «ora la Cina sta veramente facendo una politica a favore di queste aree, che sono rimaste escluse dalle prime fasi dell’ industrializzazione. Quello che succederà - aggiunge - è che ci sarà una maggiore diffusione del lavoro nero».