Sale l'allarme recessione. In crisi il settore dell'auto: tagli e fabbriche chiuse

Il contagio è ormai arrivato alle imprese. Riduzioni del personale anche in Europa. Cala il Pil britannico

Milano - Uno dopo l’altro, i tasselli della recessione si stanno perfettamente incasellando nel mosaico dell’economia globale. Non è certo un bel vedere. Dopo aver assistito all’agonia di banche e finanziarie dal blasone secolare, adesso tocca all’industria dell’auto misurarsi con la crisi, prendere atto di una caduta dei consumi capace di piegare le ginocchia perfino a un colosso come Sony, costretta a lanciare un allarme utili. Non si spende, non si investe. E i tempi della ripresa continuano a subire slittamenti. «Sarà una recessione ampia e prolungata - ha ammesso ieri il capo economista dell’Ocse, Klaus Schmidt-Hebbel -. L’attuale blocco dei mercati e del credito potrebbe richiedere più tempo per rientrare, con ricadute più gravi su spese private, produzione delle imprese e occupazione». È il solito circolo vizioso, innesco automatico da tempi bui: le aziende, alle prese con un calo di ordini e fatturato dovuto alla contrazione dei consumi e senza la possibilità di scaricare sul prezzo finale i minori introiti, reggono finché possono: poi, fanno scattare la cassa integrazione (se prevista), tagliano personale.

Nella peggiore delle ipotesi, chiudono. Più disoccupati, meno consumi, altre imprese in difficoltà. Un vicolo cieco da cui è difficile uscire. Per ora, infatti, l’orizzonte appare soltanto buio. Mentre l’Asia ha deciso di correre ai ripari con la creazione di un fondo da 80 miliardi di dollari entro il prossimo giugno, la Gran Bretagna è scivolata in quella che si definisce recessione tecnica, ovvero due trimestri consecutivi di crescita negativa, dopo aver accusato un calo del Pil pari allo 0,5% nel terzo trimestre. Londra proverà a contrastare l’andamento zoppicante dell’economia, fortemente indebolita sotto il profilo finanziario, con misure destinate ad aiutare le piccole e medie imprese, spingendo sul pedale della spesa pubblica in modo da sostenere la politica degli alloggi e contenere il peso delle bollette energetiche. Non meno fosco il quadro relativo a Eurolandia: a ottobre i segnali che arrivano dalle imprese rimandano a una maggiore fragilità, traducibile in un vero e proprio stato di sofferenza nel settore manifatturiero, sprofondato sotto i 50 punti (l’indice è a 44,6), la linea di demarcazione tra crescita e recessione. È un momentaccio, particolarmente visibile nell’industria dell’auto: ieri Renault e Psa Peugeot-Citroen hanno annunciato riduzioni temporanee alla produzione, giovedì era stata la tedesca Daimler, la casa madre di Mercedes e Smart, a rivedere in peggio le previsioni per i risultati futuri. E Fiat aveva avvertito che il 2009 sarà un anno «difficile». Non è un caso del resto, ora che l’inflazione sta rapidamente raffreddandosi complice la caduta dei prezzi del petrolio, che le attese siano rivolte a un duplice intervento sui tassi da parte della Bce dopo quello del 7 ottobre scorso concertato con le principali banche centrali. L’istituto guidato da Jean-Claude Trichet potrebbe intervenire una prima volta il 6 novembre, con un taglio da un quarto di punto, quando avrà già a disposizione le previsioni autunnali della Commissione Ue, i dati sulla fiducia delle imprese e dei consumatori tedeschi, quelli dell’indice anticipatore della crescita dell’Ue-15, la stima sui prezzi al consumo di ottobre e la “radiografia” di Eurostat sul livello di fiducia dell’intera euro zona.

La Bca centrale potrebbe poi allentare il costo del denaro di un altro 0,25% in dicembre, chiudendo l’anno al 3,25 per cento. Ulteriori interventi di politica monetaria sono previsti anche sul versante Federal Reserve, con i mercati che danno al 50% la probabilità di un’altra sforbiciata da mezzo punto mercoledì prossimo. L’ipotesi estrema di un taglio dello 0,75%, che appiattirebbe i tassi allo 0,75%, non viene tuttavia scartata. Anche se non ancora ufficialmente, l’America è in recessione, e la tornata di trimestrali sta confermando le difficoltà delle imprese, mentre dal settore immobiliare arrivano indicazioni contrastanti. In attesa del G20 di metà novembre, al già varato pacchetto anti-crisi da 700 miliardi di dollari, gli Usa potrebbero aggiungerne un altro da 170 miliardi destinato a consumatori e imprese, nel tentativo di far ripartire il motore imballato dell’economia. RPar