Sale in sella al suo pony per battere la timidezza e diventa campionessa

Timida, insicura, introversa: Martina sei anni fa era così. Difficile crederlo ora: chi la conosce si trova davanti una dodicenne allegra e determinata. A compiere la magia non sono stati né farmaci né trattamenti particolari: è tutto merito di un cavallo. O meglio, di un pony: Papaia, il primo destriero che abbia mai cavalcato. Grazie a lui, Martina ha scoperto un mondo meraviglioso, quello dell'equitazione, ed è riuscita a tirar fuori una personalità ottimistica ed espansiva.
«L'amore per i cavalli è nato per caso - racconta la ragazzina -. Quando avevo sei anni sono andata in gita con la classe in un maneggio. Era la prima volta che vedevo un cavallo dal vivo». Per Martina è amore a prima vista, e i suoi genitori, Anna e Luigi Storti, acconsentono a iscriverla a un corso di equitazione. La bimba inizia a partecipare a diverse competizioni, aggiudicandosi ottimi punteggi nelle varie discipline. È proprio dopo aver vinto una gara che i genitori, con la complicità del nonno, le fanno la sorpresa più grande, regalandole il suo primo pony.
«Mi hanno portato nelle stalle dopo la gara - dice Martina - e lì ho trovato Papaia: aveva il pelo candido, il muso dolcissimo e aveva sopra la testa la scritta “Sono il nuovo pony di Martina”. Ero così felice che sono scoppiata a piangere».
Da allora, fra la bimba e il cavallo si cementa un legame fortissimo di affetto: «Martina passa ore ad allenarsi - spiega il padre -, e il resto del tempo libero lo passa ad accudire il suo pony. Con Papaia aveva un rapporto unico. Lo stesso vale per il nuovo pony che cavalca da qualche tempo».
Con il nuovo cavallo, Kraneveld's Oliver, la piccola fantina ha anche vinto, quest'anno, la medaglia d'oro Under 13 del campionato italiano pony. Il passaggio da un cavallo all'altro però non è stato facile: «Hanno due caratteri diversi - conferma -. Papaia chiedeva sempre coccole e attenzioni. Kraneveld è un giocherellone: devo passare ore a farlo giocare, altrimenti si offende e non rende più in gara». Quello fra fantino e cavallo è insomma un rapporto ben più complesso di quello che si stabilisce fra un qualsiasi sportivo e il suo mezzo: «Il cavallo ha sentimenti veri - assicura Martina -, può provare gioia, paura, tristezza. Quando si trova in gara, deve avere un rapporto di fiducia completa nel fantino: spesso non è in grado di vedere al di là dell'ostacolo, e deve saltare fidandosi unicamente del fantino. Se questo ha paura, il cavallo lo percepisce e si agita, e può diventare pericoloso stare in sella». La ragazza però dice di non aver mai provato paura in gara, forte del legame con il suo pony. «Per me non si tratta solo di uno sport, non mi interessa vincere in sé e per sé - aggiunge -, stare con il mio cavallo è ciò che mi rende felice».
Una vera trasformazione, insomma, a riprova di quello che molti medici e pediatri hanno già sperimentato con successo: l'ippoterapia è sempre più applicata con i bimbi che hanno disturbi dell'umore. E risultati incoraggianti si vedono anche nel caso di persone autistiche o affette da sindrome di Down: «Il Centro ippico monzese, dove si allena Martina, organizza giornate per persone con questo tipo di malattie - racconta il padre della ragazza -. Con l'ausilio di un maestro, i giovani vengono fatti avvicinare ai cavalli. È un'attività che permette a molti di imparare a relazionarsi».
Unico neo, i costi alti che questa passione comporta se praticata in maniera non occasionale: «Per allenarsi e gareggiare i cavalli messi a disposizione dai maneggi non bastano - conclude Luigi -. Fra fantino e animale si deve creare un rapporto di fiducia, è fondamentale avere il proprio pony». Un animale di buone prestazioni costa circa 30mila euro, ma si può arrivare anche a 80mila.