Sale la tensione a Milano: arriva la bomba anarchica

MilanoOrmai è un’escalation di violenze a Milano. Sabato i disordini e i feriti di piazza Fontana, domenica il premier colpito in faccia da una statuetta lanciatagli da uno psicolabile mischiatosi tra la folla di piazza Duomo e l’altra notte l’apoteosi, con l’ordigno scoppiato all’università Bocconi e rivendicato dagli anarchici. Un clima di terrore, di paura che riporta tristemente a spettri del passato che si credevano ormai dimenticati e sepolti.
Ma veniamo subito alla bomba dell’ateneo. Un timer puntato sulle ore 3 della notte tra martedì e mercoledì, collegato a un tubo di 25 centimetri contenente un chilo di dinamite (e non 2 come dichiarato nel volantino di rivendicazione). Il tutto inserito in un plico - dal quale uscivano dei fili elettrici - infilato nell’intercapedine tra uno sgabuzzino e un corridoio in un settore che collega due edifici dell’università commerciale Bocconi, proprio tra via Sarfatti e via Bocconi 8. È questo l’ordigno rudimentale - la pipe bomb, come la definiscono in questura - esploso proprio intorno alle 3 di notte nell’ateneo e che ha danneggiato un quadro elettrico e un muro interno dell’edificio universitario. Praticamente danni minimi: un botto fortissimo e qualche calcinaccio, niente di più, anche perché la bomba è scoppiata solo parzialmente per un difetto del timer. «In ogni caso, anche se fosse deflagrata completamente, non avrebbe causato morti - sottolineano i poliziotti della Digos -. Il timer, posizionato a quell’ora, è chiaramente un segnale che gli autori del gesto non volevano far male a nessuno». Per fortuna: l’università Bocconi, infatti, tra studenti e insegnanti, conta oltre 15mila unità e quel corridoio è attraversato da molte persone ogni giorno. I cosiddetti «autori del gesto» sono il gruppo anarchico «Sorelle in armi, nucleo Mauricio Morales/Fai (Federazione anarchica informale)». La Fai, pur essendo nel centro-nord sicuramente la sigla più attiva del recente panorama eversivo e responsabile, con i suoi plichi esplosivi, di altre azioni dinamitarde (ricordiamo il pacco bomba arrivato nel 2003 all’allora presidente della Commissione europea Romano Prodi), non ha mai provocato morti. Sono loro che ieri pomeriggio hanno lasciato nella casella della posta della sede del quotidiano Libero un foglio A4 scritto con il normografo e intitolato «Operazione Eat the Rich - Fuoco ai Cie», che si conclude con la minaccia: «Chiudere subito i centri di identificazione ed espulsione o inizierà a scorrere il sangue dei padroni». La stessa firma, Fai, era apparsa martedì su una busta contenente un portafoglio imbottito di polvere esplosiva, scoppiato sulla scrivania del direttore del Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Gradisca d’Isonzo (Gorizia). Tra gli obiettivi indicati nella rivendicazione proprio i Cie.
Ad avvertire la polizia intorno alle 3.15 di notte è stato il custode della Bocconi, dopo aver sentito un violento colpo. Nel primo sopralluogo compiuto dagli agenti della volante del commissariato Ticinese si è pensato a un corto circuito, ma la successiva analisi compiuta dagli artificieri (mandati dai poliziotti delle volanti) ha permesso di ritrovare parti di un tubo e di esplosivo non detonato. Gli investigatori della Digos, informati solo nella mattinata di ieri, avrebbero quindi atteso la rivendicazione del gesto si aspettavano avesse qualche collegamento con quella inviata a Gradisca. E così è stato.
Secondo il ministro dell’Interno Roberto Maroni questo episodio «non è da sottovalutare, è una cosa seria che si articola in una serie di azioni in varie città, a Milano, in Friuli, ma anche a Firenze ed in altri luoghi. Prestiamo grandissima attenzione a queste iniziative, monitoriamo sempre e studiamo misure da prendere per evitare che si diffondano sul territorio». Anche questo episodio, secondo il ministro, è «in qualche modo riconducibile a un clima di esasperato scontro che va ridimensionato: dobbiamo evitare assolutamente atti emulativi come quello di Milano e come quello alla Bocconi». Da parte sua il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha inviato la sua solidarietà agli studenti e ai professori dell’ateneo, definendo l’episodio «un atto di criminalità politica che sembra riportare indietro le lancette della storia».