SALEEM ABBOUD ASHKAR «Io, palestinese che batto sul tasto dell’integrazione»

Pianista di talento nato a Nazareth usa la musica come arma per superare le divisioni politiche

La musica ha impresso una svolta alla sua vita. È il palestinese Saleem Abboud Ashkar, classe 1976, di Nazareth. Pianista che domani (ore 21), in Conservatorio, suona per le Serate Musicali in coppia con il violinista Nikolaj Znaider. «Nikolaj è un eccezionale violinista ma soprattutto un amico, c’è una sintonia musicale perfetta. Suoniamo assieme dall’estate 2006 e stiamo pianificando una serie di concerti», spiega Ashkar quasi imbarazzato per l’attenzione catalizzata dalla sua figura: artistica e umana.
«La sua famiglia fu di quelle che decisero di non andarsene quando, nel 1948, la città diventò parte dello Stato di Israele» scrive il pianista e direttore Daniel Barenboim nel suo recente volume ormai bestseller La musica sveglia il tempo (Feltrinelli). E proprio Barenboim, che da gennaio è l’unico israeliano al mondo ad avere anche un passaporto palestinese, ha lasciato una traccia indelebile in questo ragazzo che da sette anni vive a Berlino, nella stessa città di Barenboim. Strano percorso quello di Ashkar che iniziò a studiare su un pianoforte che il padre aveva barattato con un vecchio furgoncino, apprese i primi rudimenti uno zio libanese e il primo concerto cui assistette era il suo.
E poi?
«Studiai a Haifa e poi a 13 anni andai a Londra, ma dopo nove mesi decisi di rientrare, non riuscivo a stare lontano da casa».
Così optò per l’Accademia di Gerusalemme.
«Questa decisione non mi lasciava del tutto soddisfatto, ma era l’unica possibilità che avevo a disposizione. Era un buon compromesso».
Studiare in scuole israeliane cosa ha significato per la sua identità palestinese?
«È stato un lungo processo. All’inizio vivevo questa scelta in modo conflittuale. Poi ho iniziato a trovare delle risposte che hanno ristrutturato la mia personalità: sento di essere nato due volte».
Torna a Nazareth talvolta?
«Almeno due volte all’anno, insegno e tengo concerti. Anzi, la casa dei miei genitori si è trasformata in una stazione dove sostano persone che seguono i corsi miei e di mio fratello, violinista. Ormai papà è un ingegnere prestato alla musica».
Cosa rappresenta per lei, Barenboim?
«Ho incontrato persone che sono state determinanti per la mia carriera, a partire da Riccardo Muti con cui ho suonato a Milano e a Vienna. Anche a Zubin Mehta devo molto. Barenboim, tuttavia, è stato quasi un padre, mi ha dato lezioni, mi ha invitato a seguire le sue prove, mi ha sempre sostenuto».
Se non fosse nato a Nazareth, la sua carriera sarebbe stata diversa. Ci pensa talvolta?
«Forse troppo. Mi spiace non aver ricevuto subito un certo tipo di educazione musicale, poi guardo all’aspetto positivo: all’interesse che suscita la mia storia umana».
Come si sente ora che i rapporti fra Israele e Palestina sono ulteriormente degenerati?
«Israele è ricca di musica araba, le scuole si Nazareth hanno insegnanti israeliani. La mia vita rispecchia questa situazione e dimostra che vi potrebbero essere possibilità di integrazione e di arricchimento. Purtroppo Israele sembra non voler percorrere la giusta via, non c’è un solo uomo del governo che sarei disposto a votare. Ciò non toglie che tanti miei amici siano israeliani».