Salemi, il miracolo di Sgarbi: chiudere la mafia in un museo

Il sindaco della cittadina trapanese ha accompagnato Napolitano al Museo della mafia "Leonardo Sciascia": documenti, foto e installazioni per non dimenticare la storia oscura della Sicilia

nostro inviato a Salemi (Trapani)

Sarà un caso, ma la parola «mafia» è entrata nel vocabolario della lingua italiana negli stessi anni dell’Unità d’Italia. Ecco perché Salemi, dove 150 anni fa, il 14 maggio 1860, Giuseppe Garibaldi in qualità di «Comandante in capo delle forze nazionali» dichiarò la cittadina siciliana prima Capitale dell’Italia unita, ha tutte le ragioni morali e storiche per aprire un Museo della Mafia, caso unico nel nostro Paese. Lo ha inaugurato ieri, accolto dal sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in questi giorni in «pellegrinaggio» ufficiale sui luoghi che hanno visto la nascita dell’Italia unita, un secolo e mezzo fa.

L’idea di aprire un museo del genere, nel cuore della terra che nell’immaginario collettivo mondiale convive con l’idea stessa di mafia, l’ha avuta Sgarbi quando fu eletto sindaco di Salemi. Per un po’ di tempo ha preferito l’omertà, non parlandone con nessuno, ben sapendo in che bufera si sarebbe cacciato nel momento in cui avrebbe reso pubblica l’idea. Poi ha deciso, e con l’aiuto di un gruppo di artisti e studiosi l’ha realizzato: in tre-quattro mesi e con appena 60mila euro di budget, battendo sul tempo Las Vegas, che ha messo in cantiere ben due musei dedicati alla mafia italo-americana investendo però 40 milioni di dollari. E realizzandolo ha tirato una fucilata a pallettoni in mezzo alla coscienza di tanti siciliani, facendo scoppiare anche una nuova «guerra di mafia», popolare e mediatica. Ieri, l’ultimo «attentato»: un’ora prima che il presidente Napolitano arrivasse a inaugurare il museo, il Tribunale di Marsala ha inviato al comune di Salemi un’ordinanza per rimuovere da una sala, con provvedimento d’urgenza, la prima pagina dell’Ora con la notizia dell’arresto dei cugini Salvo. La vedova di Nino Salvo, morto durante il maxi-processo del 1986, la ritiene diffamante. Sgarbi ha invocato le ragioni storico-scientifiche del «reperto» in mostra, e la prima pagina è rimasta. Napolitano, nel suo giro per le sale, sembra abbia sussurrato: «Non si può censurare la Storia».

Il Museo della Mafia di Salemi non censura, non esalta, non celebra, in fondo neppure giudica: racconta, documentandolo, il Male. Come un museo della Shoah, e questo basta. Oliviero Toscani, presente ieri, ha studiato il logo (una macchia di sangue che ha i contorni della Sicilia), l’artista palermitano Cesare Inzerillo ha curato gli allestimenti e un giovane storico contemporaneista, Giuseppe Enrico Di Trapani, ha coordinato la ricerca documentaria e fotografica. E così, dentro il vecchio Collegio dei Gesuiti di Salemi, ieri si è aperto il più inquietante, perverso e fascinoso percorso che si possa immaginare dedicato al fenomeno mafioso, alla sua storia e al mito alimentato nel corso di un secolo e mezzo da centinaia di opere letterarie, cinematografiche, televisive. Sgarbi sapeva, e sa bene, cosa significa pretendere di «archiviare» in un museo, quasi fosse archeologia, un mostro dalle sette teste e dalle mille vite come la Mafia. Ma sa anche che per uccidere il drago bisogna capire quando è più debole, come oggi: «In Sicilia ci sono ancora certamente i mafiosi, o, meglio, ciò che sopravvive di famiglie mafiose, ma non c’è più la mafia intesa come struttura organizzata nella connivenza tra affari, criminalità e politica. Non c’è più una Cupola».

E così, ecco il lungo percorso dentro sale completamente buie e silenziose, come l’inferno che evocano: prima un piccolo ambiente con dieci cabine elettorali, simbolo dello stretto rapporto tra mafia e politica, dentro ognuna delle quali dei video inseguono i tentacoli di Cosa Nostra dentro la gestione delle acque, la sanità, le carceri, la Chiesa, l’informazione... Poi un’ala del museo divisa in due, da una parte la «Palermo felicissima» di inizio secolo, quella delle ville liberty e dell’urbanistica elegante, e dall’altra la Palermo del sacco edilizio e degli abusi degli anni Cinquanta-Sessanta: in mezzo, dentro una parete, la mummia di un morto ammazzato gettato, come vuole la leggenda mafiosa, in un pilone di cemento. Quindi un tortuoso, angosciante labirinto che ripercorre la storia di Cosa Nostra attraverso la riproduzione di centinaia di pagine di giornali e fotografie con tutti gli eventi di mafia degli ultimi 150 anni, scanditi da un martellante ticchettio di macchine per scrivere: dalla morte di Emanuele Notarbartolo, ex sindaco di Palermo e prima vittima eccellente della mafia, ammazzato con 27 pugnalate il 1° febbraio 1893, fino alla copertina dell’Espresso del 6 maggio scorso che scoperchia il business della criminalità organizzata nel settore eolico in Sicilia. È quel «vento di mafia» denunciato da anni da Vittorio Sgarbi, tra i primi a scagliarsi contro gli interessi dei boss per l’energia «pulita». L’ultima sala, infatti, «filma» i paesaggi siciliani devastati dalle pale eoliche nella gestione delle quali si è riciclata l’ultima generazione mafiosa.

Napolitano, che Sgarbi ha provocatoriamente messo faccia a faccia con Totò Riina, ha percorso le sale da solo. Uscendo, non ha detto nulla. Non ce n’era bisogno. Il museo, intitolato a Leonardo Sciascia, è di per sé un atto di coraggio. Un urlo dell’arte in una terra abituata al silenzio. Si entra curiosi, si esce scossi.

Poi, nel primo pomeriggio, il lungo corteo presidenziale ha lasciato Salemi, prima capitale d’Italia e, come recitano i nuovi cartelli di località fatti mettere all’entrata del paese dal sindaco Sgarbi, «Primo comune demafizzato d’Italia».