Salemme, un sms per sbaglio e addio amicizia con Panariello

Il comico napoletano da venerdì nelle sale : "Il mio “Sotto mentite spoglie” è tra Feydeau e Scarpetta"

Roma - Quanti matrimoni in frantumi, per colpa di un sms inviato per sbaglio. Sicché non stupisce che Vincenzo Salemme, il comico napoletano già alla corte di Eduardo De Filippo, adesso dedichi il suo film SMS - Sotto mentite spoglie (da venerdì nelle sale) a certe singolari coincidenze, innescate dal circuito (non sempre virtuoso) degli scambi di sms tra persone d’uno stesso ambiente. Imbastendo una commedia domestica, briosamente giocata sulla trama classica di due coppie eterosessuali e borghesi, attratte in reciprocità, Salemme, qui anche protagonista (è l’avvocato Lampedusa) e autore sia del soggetto sia della sceneggiatura, racconta l’oggi.

Aiutato dalla presenza di Giorgio Panariello (l’amico Gino) e supportato dalla fisicità di Luisa Ranieri (la moglie fedifraga di Gino) e di Lucrezia Lante della Rovere (la consorte del Lampedusa), SMS dipana, con qualche difficoltà (non ci si smascella dal ridere), una novantina di minuti, fissi sul quadrante di Roma. La solita capitale del Tevere, dove il generone pranza sui barconi, rema presso i circoli dei benestanti, va a farsi passare le paturnie, se giovane e deluso dalla prima cottarella (come capita al giovane figlio della coppia Salemme-della Rovere). A evidenziare come lo stile notteprimadegliesami abbia fatto scuola... Ma che succede, veramente, in questo raccontino, a tratti nobilitato dalle musiche originali di Lucio Dalla e dalla solida comicità sorniona di Enrico Brignano (il commercialista Bruno), forte del suo stile romanesco?

Lui, l’avvocato Salemme, tra un risottino e un salto allo studio, si lascia tentare dalle avances dell’irrisolta lei (Ranieri), moglie del migliore amico e avvocato a sua volta (Panariello), salvo poi scoprire quanto sia meglio starsene a casa con la legittima (della Rovere), costasse pure la quotidiana sopportazione del domestico indiano citrullo e dei figli fessi e viziatelli. Qualche battuta ripartisce, più o meno equamente, la torta ridaiola tra Toscana, Campania e Lazio, però non basta a garantire i tempi comici coesi o la fluida narrazione d’una routine all’italiana.

«Fin qui mi sono sempre ispirato, per i miei film, alle mie opere teatrali. Però SMS vuol essere un’opera corale, che guarda, sì, al francese Feydeau, per un certo gioco tra i personaggi, ma soprattutto al partenopeo Scarpetta, con le sue riflessioni malinconiche intorno ai sentimenti», spiega Salemme, che come regista e attore ha al suo attivo sei pellicole, a partire dal 1998. Per ricordarne gli esordi, l’incontro dello showman con il cinema avvenne nel 1983, quando Nanni Moretti lo chiamò, per affidargli una parte in Bianca. «Quando scrivo per il cinema, non penso mai agli attori, come prima cosa. Del resto, il cinema è l’arte del naturale, il teatro, invece, lo è dell’artificio. E poi la commedia all’italiana resta parte fondamentale del nostro patrimonio, anche se siamo versati nel filone neorealistico», dice il regista. Certo, il suo avvocato desta perplessità, quando l’elegante della Rovere, pur stuzzicandolo tra le lenzuola, al fine di ravvivare una serata casalinga come tante, se ne esce con la battuta: «Zampugnà, stasera non è cosa», alludendo all’inesistente reazione organica della propria zampogna, cioè il sesso. E, ancora, cinematograficamente non si capisce come l’insignificante maschio, neanche ricchissimo, che lui impersona, abbia una moglie così sperequata. Il fatto è che un paio di femmine ad effetto, comunque, ci volevano e, paradossalmente, funzionano a dispetto d’una regia poco sorvegliata. «Quando mi ha chiamato Vincenzo, mi sono detta: “Oddio, e adesso come faccio?”. M’intimoriva, infatti, dover competere con dei mostri di comicità», riconosce Lucrezia Lante della Rovere, che pure si ritaglia una gradevole parte di moglie saggia, in grado di far finta di niente, anche quando tutto pare vada a rotoli. «Forse, la mia comicità viene dall’essere un personaggio vero», conclude l’attrice. «Io sento il personaggio nella pancia», dichiara Panariello, riconoscendo che non basta «parlar toscano per far ridere».