Salemme torna al Politeama «Senza Chiesa non sarei qui»

(...) Salemme, come si trova a Genova uno come lei che ha i tric-a-trac dialettici nel Dna? Che c’entra lei con il pubblico teatrale genovese che passa per freddo?
«Freddo? Ma quando mai? Quando vengo a Genova, fanno la ola. La ola, altro che freddo. E poi Genova, in qualche modo, la sento come una mia seconda città».
Confessi, lo dice ad ogni tappa della tournèe. A Roma, a Milano, a Genova. Basta cambiare la fine della frase, e va benissimo.
«No, no, dico davvero. Sono legatissimo a Genova per via del signor Ivio Chiesa, un gigante del teatro. Questo signore, un grandissimo signore, mi contattò per la prima volta per interpretare uno spettacolo messo in scena dal teatro Stabile, con Luca De Filippo. Era Tutto sà e Chebestia di Benno Besson. Ma, quando mi chiamò, io ero impegnato in un piccolissimo teatro di Roma a mettere in scena una mia commedia».
Accettò la proposta di Chiesa con entusiasmo e mollò il teatrino!
«A malincuore, dissi di no. Quando ho un impegno, mi piace rispettarlo. Ivo mi disse: “Lei sa a cosa sta rinunciando?“».
Da allora, immagino, Chiesa non volle più vederla, nè sentirla.
«Qua sta l’ulteriore grandezza di quest’uomo. Due anni dopo mi richiamò, ricordando la motivazione del mio no. Cose simili non mi sono successe nemmeno a Napoli, nè a Milano. É per questo che sono così legato a Genova».
Del resto, è tutta la sua carriera teatrale ad essere abbastanza legata alla casualità. É una leggenda metropolitana, o è vero, che lei capitò all’Eliseo di Roma, da dove partì il suo successo, del tutto casualmente?
«É assolutamente vero. Recitava in una specie di cantina, dove mi vide il direttore tecnico del teatro Nunzio Meschieri e si appassionò al mio spettacolo. C’era un buco nel cartellone e mi si aprirono le porte prima del Piccolo Eliseo e poi dell’Eliseo. Il colpo decisivo fu il fatto che il mio spettacolo finì casualmente in abbonamento».
Che differenza c’è? Perchè è così importante il fatto che fosse in abbonamento?
«Gli abbonati dell’Eliseo sono 12-13mila. Moltissimi di loro fecero il tam tam e io diventai Vincenzo Salemme».
A Roma, però. E nel resto d’Italia?
«Anche a Milano mi aiutò il fato. Remo Girone fu bloccato da un impegno improvviso e non potè andare in scena. Così si liberò un posto in cartellone al San Babila e Garinei mi raccomandò: “Perchè non prendete questo ragazzo?“. Per la cronaca, ero un ragazzo di quarant’anni».
A Napoli, invece, il successo è stato un gioco.
«Tutt’altro. A Napoli il grosso pubblico, al teatro Diana, è arrivato dopo gli exploit nelle altre città. É per questo che insisto sull’importanza di Genova per la mia carriera e la mia storia».
Al Politeama, oggi, domani e sabato alle 21 e domenica alle 16 lei mette in scena Bello di papà. E sul cartellone c’è scritto: «Una nuova commedia scritta, diretta e interpretata da Vincenzo Salemme». Ma è davvero nuova?
«Assolutamente, è inedità. Però...».
Però?
«...Però è vero che l’idea mi è nata nel 1996, quando ne scrissi una prima versione per due attori che andavano all’epoca, Toti e Tata. Ma era molto diversa, a partire dal titolo che non era Bello di papà, ma Il figlio di papà...».
Salemme come Manzoni. Anche lui partì dal Fermo e Lucia per arrivare ai Promessi sposi.
«...Allora, gli attori in scena dovevano essere cinque, oggi sono undici, compresi me e Antonella Elia».
Ci sono anche i «soliti» della sua compagnia, Bucirosso, Casagrande e Paone?
«No, nessuno di loro. E se devo dire che all’assenza di Bucirosso e Paone sono in qualche modo già abituato e l’ho superata brillantemente, Maurizio Casagrande mi dispiace non averlo fra noi. Mi manca».
Bello di papà, con le sue risate, aiuterà nell’elaborazione del lutto?
«Dove siamo già stati, ha funzionato alla perfezione».