SALEMME Verve napoletana in «Bello di papà»

Vincenzo Salemme è ormai diventato un ospite fisso del palcoscenico del Manzoni. I milanesi lo ricorderanno, infatti, nei recenti, Sogni e bisogni, Cose da pazzi, La gente vuole ridere. Ora l’eclettico attore e autore è di scena al Manzoni, con Bello di papà, la sua nuova avventura condivisa con la storica compagnia che vede la presenza di attori come Domenico Aria, Antonella Elia, Massimiliano Gallo, Roberta Formilli, solo per citarne alcuni. «Nel 1996 scrissi un canovaccio per cinque personaggi - rammenta Salemme -; poi, lo lasciai nel cassetto. Quando lo ripresi, decisi di cambiarlo totalmente, sviluppandolo attorno a ben undici protagonisti». Un testo che è stato presentato come un tuffo nel mare complesso dei rapporti generazionali «tra padri che forse non sono padri e figli che forse non sono figli», nell’eterno confonto tra vecchi e giovani. «Si tratta - racconta l’autore - di un testo molto divertente, incentrato sulla figura di questo cinquantenne egoista, tirchio, fidanzato con Marina, che non vuole rinunciare a nulla di ciò che ha conquistato. Il tutto, fino a quando l’amico del cuore, interpretato da Massimiliano Gallo, sottoposto a una terapia di ipnosi, ritorna bambino. La conseguenza è che l’amico elegge il personaggio di Salemme, un dentista, come suo padre. In una condizione di convivenza coatta succede di tutto e di più, con situazioni molto buffe e divertenti». Le sue commedie sono un divenire, un adattarsi ai gusti della gente. Una sensibilità intelligente che è una delle chiavi del suo indubitabile successo. «Tutte le commedie che scrivo - confessa Salemme - le calibro e le confeziono come un vestito fatto a misura di chi le interpreterà. Per me la scrittura è molto importante; quando riesco a portare in scena i miei pezzi, li aggiusto in prova perché mi rendo conto che le cose scritte sono differenti da quelle parlate. E poi, osservo molto la reazione del pubblico e quando molte cose non funzionano trovo logico aggiustare, via via, il testo. Mi rendo conto che se il pubblico non reagisce è colpa mia». Non è solo il far ridere la finalità degli scritti di Salemme, come dimostra proprio questo Bello di Papà. «Questa commedia - spiega il regista - mette in scena una sorta di allarme sociale. Nella nostra società mancano le figure paterne di tutto rispetto. Ecco perché cogliamo l’occasione per rimettere in discussione il padre. In un certo senso, è come se la figura del padre rappresentasse quella dello Stato mentre i figli sono i cittadini». A un mese e mezzo dal debutto in Italia, lo spettacolo di Salemme è al primo posto nella classifica nazionale come numero di spettatori, in tutto sono stati venduti 52.000 biglietti. Merito anche degli altri attori che lavorano con Salemme, a cominciare da Antonella Elia, qui nei panni di Marina. «Temo molto il giudizio del pubblico - confida la Elia -, lo vivo quasi con terrore. Vesto i panni della donna che desidera che il proprio uomo, una sorta di Peter Pan, prenda le sue responsabilità consacrandosi a una famiglia e, magari, a un figlio».
Sul palcoscenico, recita anche Massimiliano Gallo: «Dopo la mia esperienza a fianco di Carlo Giuffrè e aver lavorato in alcuni dei più importanti musical, sono molto contento di recitare con uno dei pochi teatranti che lavora con il pubblico. Per me è un autentico premio il poter stare al suo fianco». Conclude Adele Pandolfi: «Sulla scena interpreto la mamma di Vincenzo Salemme, con il quale ho un rapporto conflittuale. Amo dare il volto a questa donna molto più anziana di me, un’occasione per divertirsi e non annoiarsi».
Bello di papà
teatro Manzoni
fino al 4 marzo