SALGADO All’origine del mondo

nostro inviato a Parigi

La zampa dell’iguana sembra un gioiello arabescato, il dorso del cercatore d’oro un velluto di muscoli e sudore. Ci sono volti come statue, animali che paiono di pietra, paesaggi antropomorfi. Se Cartier-Bresson è stato per molti versi «l’occhio» del Ventesimo secolo, Salgado ne è la pelle, la trasformazione della vista in tatto, la vita raccontata non per immagini ma carnalmente, un processo quasi di simbiosi. Salgado è un pagano che si ignora. Ovvero che si nasconde.
Lui preferisce richiamarsi al barocco e probabilmente ha ragione. «Territoires et vies», la grande mostra fotografica che lo celebra alla Bibliothèque Nationale de France (sino al 15 gennaio) è sotto questo profilo esemplare: ci sono i riti, matrimoni, sepolture, i miti, costruzioni, esodi, carestie, c’è il sangue e c’è la polvere, l’invettiva e la preghiera, la ribellione e la rassegnazione.
Eppure, nemmeno noi abbiamo torto. Culla del barocco, l’Italia seicentesca fu il tentativo di conciliare l’inconciliabile, far transitare il classico nel moderno, recuperare il politeismo in un lussuoso e lussureggiante monoteismo, addomesticare la natura senza per questo toglierle la sua selvaggeria, abbassare l’uomo sapendo però di non poterlo schiacciare. Il barocco fu il canto del cigno del mondo antico: l’eccesso, l’ornamento, il mostruoso come travestimento di ciò che per secoli era stato la norma.
Il barocchismo di Salgado affonda le sue radici nel Brasile che lo vide nascere. «Affinità con la terra, con l ’aria, il cibo, il paesaggio. Ero stato influenzato da quella natura, vivevo in quella natura. Nella stagione delle piogge, il cielo quasi ci cadeva sulla testa, un cielo bassissimo, con delle nuvole fenomenali, delle piogge incredibili. Anche oggi le mie fotografie sono piene di nuvole... Vengo da quell’universo, ho ereditato tutto questo. La mia fotografia non è né modernista né postmodernista, deve molto al barocco».
Figlio di proprietari terrieri, una laurea in economia, fino ai trent’anni Salgado ha fatto tutt’altro. Nella bella intervista che accompagna il catalogo è esplicito in proposito. «Negli anni Sessanta, all’epoca cioè dei miei vent’anni, in Brasile l’economia era tutto. La si pensava come una visione globale di un sistema che avrebbe potuto costruire un Paese, esserne il fattore di sviluppo in grado di creare ricchezza e ripartirla adeguatamente. L’idea di sviluppo significava una sorta di frontiera mobile: disboscare per far avanzare l’agricoltura. Nessuno si rendeva conto che così facendo distruggevamo però anche il Brasile. Mi sono laureato, ho cominciato a lavorare all’università...».
Sono quelli anche gli anni del golpe militare e Salgado, giovane militante di sinistra, fra la clandestinità rivoluzionaria e l’esilio sceglie quest’ultimo e approda in Francia. Ci resterà un decennio, fino all’amnistia per i reati cosiddetti politici, lavorando per l’Organizzazione internazionale del caffè. Ed è allora che la fotografia fa la sua apparizione, dapprima come passatempo, poi come folgorazione e professione.
La passione per l’economia ha in qualche modo filtrato e depurato la cultura barocca di Salgado. Gli ha sicuramente consentito una metodicità d’indagine, ovvero non la foto in sé, ma al servizio di un progetto, nella costruzione di un percorso. Gli ha permesso di coniugare l’attenzione estetica con la dimensione sociale e politica: che si tratti di minatori, pescatori, operai, braccianti, nessuno come lui è riuscito a dare del lavoro umano una raffigurazione così potente e al tempo stesso così inquietante, così gonfia di interrogativi. E persino nei suoi reportage più geografici e/o naturalistici è avvertibile lo sguardo lucido di chi non si accontenta dell’immagine in sé, ma la iscrive in un più ragionato contesto. Le esplosioni dei pozzi petroliferi durante la Guerra del Golfo, i volti e i fisici dei tecnici chiamati a contrastarle, sottintendono una devastazione ecologica e una capacità di sofferenza e di eroismo quali raramente è dato vedere.
Le centotrentasei immagini che la Bibliothèque Nationale de France offre ai visitatori altro non sono allora che la testimonianza dell’azione dell’uomo sul suo ambiente naturale o, all’inverso, dell’adattamento del primo ai mutamenti del secondo. Che si tratti della semplice vita dei contadini dell’America latina o degli indiani dell’Amazzonia, della condizione dei minatori della Serra Pelada, del proletariato urbano prodotto dal massiccio esodo rurale, della difficile sopravivvenza delle popolazioni africane minacciate dalle guerre e decimate dalle carestie, fino alla natura originale e intatta delle Galapagos o della Patagonia, raccontano per informare e, così facendo, per costringerci a riflettere.
Scattate ai quattro angoli del mondo, selezionate da una produzione che affianca libri, film e addiritttura la fondazione di un istituto, Terra, che si propone di riportare allo stato naturale una parte della foresta di Aimorés, la sua città natale, l’altro elemento impressionante dell’arte fotografica di Salgado è proprio la vastità degli spazi nei quali si muove. Anche qui, è un fatto di origini: «La questione relativa alla dimensione dei miei progetti, l’ampiezza dei territori che essi coprono, è qualcosa per me di molto importante e spesso frainteso. Vengo da un Paese che da solo è grande quanto l’Europa. Ci son abituato, insommma... Andare da Parigi a Mosca è come andare dalla mia città a Bahia... Si tratta di grandi spazi che conosco fin da quando ero un ragazzo».
«Territori e vite» è un po’ la summa di tutto questo, un paganesimo laico o, se si vuole, un barocchismo areligioso che trova negli aspetti primordiali del mondo, cioè ancora puri, ancora incontaminati, gli elementi quasi di un nuovo umanesimo, il bisogno di un ritorno alle origini per meglio fare i conti con il presente minaccioso che ci circonda, per meglio affrontare e comprendere il futuro che ci attende. Non per nulla il progetto al quale sta lavorando si chiama Genesi, l’aria, l’acqua, il fuoco da cui è scaturita la vita, le specie animali che hanno resistito all’addomesticamento, le tribù più remote dagli stili di vita ancora primitivi, gli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazioni umani. Lo impegnerà per i prossimi dieci anni e anche in questa dimensione temporale è racchiusa l’essenza del Salgado uomo e del Salgado fotografo. Una sfida al Tempo nel nome del Tempo.