Salisburgo, il Re Pastore abdica Per fortuna Barenboim è sublime

La bacchetta di Thomas Hengelbrock brillante a tratti. I cantanti hanno poca voce

Lorenzo Arruga

da Salisburgo

Le campane di Salisburgo tutti i giorni suonano Mozart: l’arcivescovo Colloredo non l’avrebbe mai immaginato quando lo lasciò licenziare dalla sua corte con un calcio nel di dietro, ai suoi tempi. E sarebbe carino che se ne stesse ancora in Purgatorio e come pena dovesse guardar giù quello che qui, nella città, sta accadendo: tutte le ventidue opere di Mozart rappresentate come festa per il 250º compleanno. Gente di tutto il mondo che formicola felice, fra le pareti di roccia in alto e poco sotto il Salzach che scorre impetuoso, via per le strade strette e scintillanti, nelle piazze colorate e profumate di mercati di frutta e nei corridoi fra le case, avidi tutti di ascoltare, di vedere, di comprare qualcuno delle decine di oggetti diversi dedicati a quel genio, in un enorme affare complessivo per adesso incalcolabile.
Mi sono anch’io lasciato prendere dal piacere inebriante di questo formicolio, fra la gente discinta in magliettine e calzoncini turistici male accostati ed autolesionisti, mescolata con quella in abiti tradizionali e anche con quella che per premunirsi nel tempo indossa già dal primo pomeriggio scuri abiti da sera. L’audio è il solito alle orecchie, lingue confuse, cadenze di regioni diversissime. Le vetrine quest’anno non han più le troppe fotografie dei cantanti del festival come negli anni del potere discografico, ma tanti ritratti di Mozart o di qualcuno che immaginiamo fosse lui, in mezzo a fiori, cose e ai soliti celeberrimi cioccolatini a palla. Il potere alla fantasia, o almeno alle registrazioni clandestine, all’i-pod, sta cambiando abitudini, convenienze, prevalenze commerciali; Mozart naturalmente rimane dominatore.
Si snocciola nella storia del festival, da sempre, la grande e varia vicenda dell’interpretazione; ogni anno c’è di tutto, il grandioso e il provocatorio, l’ispirazione e il malgusto, le scoperte e gli alibi della filologia, i rigori e gli incantesimi della tradizione. Le glorie delle grandi regie e il pattume delle provocazioni di scandali mediocri. Il giorno dell’apertura, l’altro ieri, due estremi.
Uno, l’opera di inaugurazione, Il Re Pastore, nella coproduzione con Brema e Bonn. Saggia, vincente e generosa l’idea di far aprire una manifestazione tanto importante da un evento ospitato, di modeste pretese. Successo. Ma che sconquasso. «Il Re Pastore è una delle prime opere di Mozart, ed in un quadro di mondo pastorale esplora le rinunce e gli intrecci di amori e il conflitto fra passione e responsabilità di potere. Qui viene eseguita con molti tagli e raccontata seguendo la decrepita idea della compagnia di ragazzi che trova un copione in una valigia e si ingegna di rappresentarla. Così, nella solenne sala dell’Università, fra bianche pareti cariche di stucchi e quadri sacri, si è allestito un piccolo palcoscenico con teli neri e sipari bianchi e neri tirati a vista; e lì, aiutandosi con i simboli di un gioco di carte, alla ricerca di un significato di ciò che rappresentano, i ragazzi con costumi che fingono d’essere stati allestiti sul momento, giocano a fare la loro parte, gesticolando in una specie di perenne parodia, fissandosi in pose stilizzate e ricorrendo a tutte le carinerie che servono a ricevere l’applauso.
Si sente che, per così dire, sotto c’è la musica di Mozart, che una piccola orchestra, diretta da Thomas Hengelbrock esegue a slanci, botti e crescendo a soffietto; e che le melodie son belle; ma il canto è talmente velleitario, che non si riesce mai a cogliere più che un modesto segno farcito di qualche fastidio. La vocalità è del tipo che schiaffeggia le note acute e si dissolve in quelle medie e basse; e la seduzione, l’ambiguità, i caratteri forti dell’autore sono molto lontani. Fra le voci, si distinguono buone volontà, ma poco più: la protagonista Annette Dasch, quando si trova ad intonare la famosa melanconica, ambivalente, misteriosa aria «L’amerò, sarò costante», non riesce a cogliere la malinconia esistenziale, arriva tutt’al più a fare il broncio; sul palcoscenico, in ombra, un violino solista, agitandosi come un finto zingaro al ristorante, emette solo un soffio di suono. I tenori, gradevoli nei gesti, hanno quasi le voci appese al naso, le altre cantanti sono ancora acerbe per un festival importante. La regia, di Aniara Amos, si avvale di fondali che scorrono con sagome nere di uomini e di pecore.
Eppure alla fine tutti vengono festeggiati. Un po’ è abitudine a Salisburgo, dopo aver tanto pagato, di applaudire comunque tutto. Un po’ è che questo gioco, fresco, scattante, che confida nella gioia di far musica e comunicarla all’istante senza metterla giù dura, contiene un’energia vincente troppo spesso dimenticata.
L’altro evento della giornata è invece un vertice di bellezza: Daniel Barenboim dirige la Filarmonica di Vienna, in stato di grazia e suona al pianoforte due concerti. Nel concerto K595, immette una eleganza trasognata, una soavità sensuale ed una intelligenza che catturano il pubblico entusiasta. Alla fine del concerto, poi, sembra ricordarsi che questo, dei tanti concerti per piano mozartiani, è l’ultimo, e chiude con una soavità nel tocco e con una specie di pudore, che prendono il sapore del congedo, e ci mandano a casa con una soavissima malinconia.