«Il Salone censura la sinistra? È un insulto inaccettabile»

Non è stato il vento di chiusura sulla XXIV edizione del Salone del Libro di Torino a far inaugurare con il mal di testa degli organizzatori la giornata conclusiva. Ma gli strali delle ultime polemiche, scagliati ieri mattina dalle pagine di Repubblica, che titola «Censure, silenzi, par condicio per neutralizzare le opinioni» e sviluppa nel pezzo di Massimo Novelli la tesi del Salone così spudoratamente antilibertario, sterile, lottizzato, cerchiobottista da risultare grottesco. Persino la dissociazione (postuma) dalla lectio magistralis di Franco Cordero di Ernesto Ferrero che viene descritta con parafrasi da evento epocale - «Per la prima volta nei ventiquattro anni della storia di quello che si presenta come il più grande evento culturale di massa d’Europa (e che ha sempre ospitato senza problemi le voci più diverse), sono state dunque prese le distanze dalle idee di un autorevole ospite» - si è meritata l’estremizzazione di «nota di censura».
«Polemiche da retrobottega» le definisce sdegnato Rolando Picchioni, presidente della Fondazione per il Libro e deus ex machina della manifestazione, che non ha nessuna intenzione di far passare affermazioni come «rischio di limitazione della libertà di espressione» senza una reazione adeguata.
Si sente cerchiobottista?
«Guardi, si trattasse solo di cerchiobottismo, sarebbe un complimento. Ma per essere cerchiobottisti bisogna che ci siano il cerchio e la botte».
Ma come: qui si invoca la mancanza di libertà.
«Con tutto il caravanserraglio di opinioni in libertà che c’è stato in questo Salone non accetto nessun tipo di richiamo».
Ma non avete «indotto a Fassino a tacere»?
«Siamo obbligati a far rispettare la legge! Fassino era candidato. È stato lui a dire: “Verrò al convegno sulla Turchia e sarò solo spettatore”».
E Cota, allora, che ha dovuto “disertare” la presentazione di un libro come Polentoni, che sembrava fatta per lui?
«Aveva altri impegni, Cota, e ha ritenuto opportuno non intervenire».
E Gramsci? Avete «cassato Gramsci dai comunicati ufficiali». Ammetterà che cassare Gramsci è grave.
«Non abbiamo cassato nulla. Anzi, volevamo che si precisasse che quella era una citazione da Gramsci e non un’affermazione riferibile al Salone».
Passiamo alle lottizzazioni e a tutto «l’ampio spazio» dato a Lorenzo Del Boca.
«Se una lottizzazione c’è stata, è stata a favore di tutto lo schieramento di sinistra. E non perché sia stata voluta dal Salone. Ma perché l’offerta da parte dell’opposto schieramento è stata latitante. Avevo invitato la vigilia dell’uscita del libro anche Giampaolo Pansa: ha rifiutato per motivi di salute. Tenere la barra al centro è stata una fatica improba».
Ma allora ci conferma i «piedi di piombo» reclamati da Repubblica: tutta fatica rivolta a mantenere salde le cariche, perché sono in scadenza.
«Altro grave insulto, all’intelligenza delle persone che devono decidere: verremo giudicati in base agli undici anni di lavoro che abbiamo alle spalle, non perché con il bianchetto abbiamo o no tolto o messo un nome».
Veniamo al caso Cordero. Quella di Ferrero è stata una censura al pensiero del professore?
«Ora le svelo il retroscena, così tutti possono capire, perché qui si tratta di correttezza professionale. La rappresentante della Bollati con cui abbiamo parlato prima di Natale aveva stabilito con Ernesto Ferrero il tema della prolusione: “Leopardi. Lezione sullo stato dell’Italia”. Questo era il testo. Poi il titolo è stato modificato inopinatamente senza che nessuno di noi lo sapesse in “Scorci dei vizi italiani”. E il testo unilateralmente cambiato negli ultimi giorni, così come ce lo siamo visto stampato su Repubblica. Questo è stato il processo critico e decisionale, che bisogna conoscere prima di giudicare».
In effetti i commenti di Revelli, Gallino, Fazio sono stati durissimi.
«Però Stefano Mauri, la persona che in teoria doveva essere più ferita, ha tenuto invece una posizione prudente, essendo a conoscenza sia pure ex post della reale dinamica dei fatti».
Fuor di polemica, com’è andata quest’anno?
«Siamo a oltre 305mila visitatori. Leggermente inferiori all’anno scorso, ma vista la situazione di una città ingorgata dall’infinità di avvenimenti dei 150 anni è andata benissimo. E riconfermeremo l’Oval, con qualche layout da correggere».
La lista di nomi che la potrebbero sostituire si allunga di giorno in giorno - per farne qualcuno: Del Boca, Alain Elkann, Gian Arturo Ferrari - lei con quali idee rilancia la sua candidatura?
«Il Centro di Cultura per il Libro da farsi a Torino. Il fondo storico documentativo della mostra L’Italia dei Libri per far uscire le patrie lettere dalla polvere secolare. L’ingresso in forma stabile nel palinsesto del Salone delle Invasioni Mediatiche con la musica e tutto quanto può concorrere alla diffusione del libro oltre i suoi supporti tradizionali. E il fatto che questo è già da tempo il più bel Salone d’Europa. Altro che Parigi o Londra: nettamente, Torino è il migliore».