Il salto nell’oro del nipote d’America

Riccardo Signori

nostro inviato a Göteborg

Più felice la mamma del figlio. Mamma Renée saltava come un grillo, abbracciava e baciava. E lui, Andrew Howe, è salito sul podio che vale un’incoronazione con la faccia di un bambino deluso. Quasi da chiedergli: cosa hai perso? E non cosa hai vinto? Sognava il trionfo, più di una vittoria. Sognava di sentirsi dire: ecco il nuovo Lewis. Mentre ora continueranno a dire: ecco il nipotino italiano di Lewis. Sognava il primato italiano che valesse un oro. Invece si è fermato a 8,20, misura peggiore di quella realizzata in qualificazione (m. 8,33) ed anche di quelle con le quali ha vinto le ultime gare. A cominciare dall’8,41 di Roma. Eppure ieri Andrew è entrato con tanto di grancassa nella storia dell’atletica italiana, primo maschio a vincere gli europei del salto in lungo e, comunque, di qualunque salto. Solo Sara Simeoni ha anticipato tutti nel 1978 a Praga.
Howe ha ventuno anni appena, uno in meno di Carl Lewis quando vinse la prima medaglia nel lungo, ma era mondiale, tutto il tempo per record e successi. Göteborg non gli ha riservato la faccia della festa: cielo cupo e nuvoloso, problemi per la pedana, quel venticello che ti inganna. «E quando si è messo a piovere quasi mi veniva da piangere», ha raccontato. Lo stadio era meravigliosamente pieno, merito di Carolina Kluft che ha chiamato tutti all’adunata per la sua finale dell’eptathlon, ma la gente ha scoperto i suoi idoli. Ogni salto di Howe era accompagnato da un gran battere di mani e un tirar di sospiri. Andrew chiamava il pubblico e quello rispondeva. Faceva curiosità e colpo questo italiano nero, nato a Los Angeles, con la faccia di un ragazzino pieno di voglie, che si frugava dentro per trovar l’eccitazione e scacciare la tensione. E mamma Renée che dalla tribuna si sgolava ed agitava. Questo oro contava molto anche per lei. «Per dimostrare che sbagliava chi diceva che non potevo allenare Andrew», ha detto alla fine, togliendosi un peso dallo stomaco. Meglio non negarle il miele della giornata.
Andrew è figlio di una storia lunga, nato dal matrimonio con Andrew, calciatore tedesco sposato a Los Angeles. Poi divorzio e trasferimento in Italia. Howe ha cinque anni e la mamma sposa un italiano, Ugo Besozzi, ex motocrossista dal quale ha avuto Jeremy, il piccolo di famiglia. Mamma Renée è una che prende e molla. E oggi il compagno è un altro. Andrew per qualche tempo è stato Howe-Besozzi. Oggi è solo Howe. Andrew ha cominciato la sua storia d’atleta a Rieti, ora è militare nell’Aeronautica, trattato come un re. Tutti i giorni sente suonare l’inno. «Ma stavolta mi sono emozionato», ha ammesso dopo la cerimonia sul podio. Questa era una occasione speciale. Incoronazione di sei salti e un futuro. «Potrei dedicarmi anche al triplo e ai 200 metri». Andrew ha preso in mano la gara dall’inizio: 8,12 al primo salto, poi 8,20, 8,04, 8,19, un nullo che poteva valere 8,40 e il finale con un 8,13. Gara che non vale l’esaltazione, qualitativamente povera, gli avversari sono rimasti un gradino al di sotto (l’inglesino Rutheford al 2° posto con 8,13), ma in certi casi conta vincere. Andrew se lo è ripetuto per trovare quell’entusiasmo annacquato dal salto corto. «Sono arrabbiato e contento. Volevo fare di più. Mi piace migliorare sempre e stavolta non ce l’ho fatta. Questo è l’oro più importante della carriera, ma ora voglio la misura più importante. Il tempo non mi ha aiutato. Forse ho esagerato, forse volevo strafare».
Anche quel giro di pista, dentro uno stadio un po’ distratto e un po’ attratto, aveva la faccia della delusione, finché la misera bandierina che qualcuno gli ha messo fra le mani è stata scambiata con un bandierone da mettere sulle spalle. Howe, a quel punto, ha ritrovato un sorriso largo e magari avrà ripensato a quei giorni a Rieti, quando portava le treccine afro, aveva sedici anni e tutti gli dicevano: «Sei un talento, farai successo». Saltava m. 7,52, una misura che Lewis non si sognava neppure a 16 anni, e nemmeno Jessie Owens. In quei giorni ha cominciato la sua rincorsa al figlio del vento. In questi anni è andato a trovarlo, gli ha chiesto consiglio, ha lottato con una microfrattura. Tutto per una medaglia. Tutto per sentirsi Carl Lewis. Il tempo dirà.
Riccardo Signori