«Salutammo. Chest’è ’a Wikipedia napulitana»

«Certo che se quei presunti diari di Mussolini fossero risultati veri, per noi, equipaggio coraggioso, forse è meglio dire spericolato, che aveva appena messo in mare il vascello del Giornale nuovo, come si chiamava allora, be’ sarebbe stato un colpo eccezionale!». Gian Galeazzo Biazzi Vergani, presidente del Giornale, dopo esserne stato per tanti anni il condirettore accanto a Indro Montanelli, ha ancora ben vivo quel giorno. Ed è in grado di rettificare la ricostruzione dell’episodio riportata lunedì dal Corriere della Sera. Episodio relativo ad altri presunti diari del Duce e collocato dal quotidiano di via Solferino negli anni Sessanta. Di quell’episodio, Biazzi è stato uno dei protagonisti.
«Non pretendete però che mi ricordi la data esatta - mette le mani avanti sorridendo -. Diciamo che eravamo forse ancora nel nostro primo anno di vita, il 1974». Biazzi è scusato. Erano stati tempi di perenne e adrenalinico affanno per tutti, dal direttore all’ultimo dei praticanti, quelli pionieristici nella vecchia sede di Piazza Cavour, al terzo piano del palazzone dei giornali, in puro stile del Ventennio. Tempi in cui qualcosa andava sempre storto, tempi in cui un giornale con pochi amici, ma che si ostinava a farsi nemici, riceveva continui sgambetti: dallo sciopero improvviso della tipografia alla «strana» penuria di carta.
«Comunque quel giorno Indro mi chiama, gettandomi davanti, sulla scrivania, tre vecchi quaderni, come quelli di scuola, malridotti ma ancora perfettamente leggibili», ricorda il nostro presidente. «Potrebbero essere i Diari del Duce, scritti di suo pugno», gli rivela sottovoce Montanelli tormentandosi il mento, quasi a rendere fisico e tangibile quel suo riflesso condizionato da laico incallito, sempre tormentato dal beneficio del dubbio. «Pensa però che colpo, se fossero invece autentici. Potremmo pubblicarli a puntate e sarebbero un dono piovuto dal cielo, per noi all’esordio: un propellente straordinario per affermarci in edicola». Borbottando, rivela al suo braccio destro che quei quaderni gli erano arrivati da Londra, ma senza precisare chi glieli avesse spediti.
«Ricordo che la circostanza che fosse stato lui il destinatario non mi aveva sorpreso, considerando che Indro non era certamente l’ultimo arrivato in materia di storia del fascismo - continua Biazzi -. Comunque voleva avere la sicurezza assoluta, dato che pubblicare un falso avrebbe comportato conseguenze disastrose, per un giornale agli inizi come il nostro, inversamente proporzionali a quelli che avrebbero potuto essere gli effetti benefici in caso di veridicità. Così mi punta contro un indice e con tono perentorio, col suo vocione profondo scandisce: “Prendi il primo aereo e vola a Roma, vai da Renzo De Felice. L’assoluta certezza ce la può dare soltanto lui”».
De Felice, il massimo esperto di sempre del Ventennio e del suo principale protagonista, era stato appena arruolato da Montanelli, come collaboratore di spicco, sul vascello corsaro del Giornale di quegli anni di piombo. «Su di lui, del resto, era calato l’ostracismo della cultura ufficiale, quella di sinistra - ricorda Biazzi -. Lo svillaneggiavano, lo trattavano quasi da appestato per la sola colpa di aver studiato il fascismo senza demonizzarlo, mettendone in evidenza anche gli aspetti positivi. Ma in quegli anni finivi al bando». Non a caso, nello stesso periodo al Giornale erano approdati anche intellettuali liberali stranieri come i francesi Raymond Aron e François Fejtö, che a casa loro subivano la stessa sorte.
«Comunque arrivo a Roma e filo diritto da De Felice, che viveva in una casa al centro, un’abitazione borghese, da professore, niente di più - prosegue il nostro presidente. - Lui guarda quei quaderni, li sfoglia, sembra quasi soppesarli. Poi mi chiede tempo. Mi dice di tornare in albergo e attendere sue notizie. Questione di qualche giorno, per poter valutare tutti gli elementi necessari a stabilire l’autenticità dei presunti diari del Duce: dalla carta all’inchiostro, dalla scrittura allo stile, senza dimenticare ovviamente l’attendibilità storica dei fatti riportati in quelle pagine».
Passano quattro giorni, poi il telefono squilla. «De Felice mi dice subito che i diari sono fasulli - racconta Biazzi -. E a convincerlo del tutto erano stati precisi riscontri meteorologici. Puntiglioso, lui era andato a controllare, bollettini del tempo alla mano, se le condizioni climatiche citate in quegli appunti corrispondessero a quelle effettivamente verificatesi nei giorni descritti dal presunto Mussolini». Scoprendo così, in più di un’occasione, che a una certa data, mettiamo il 30 aprile del ’34, a Torino non ci fosse stato il sole riportato negli appunti, bensì avesse piovuto a dirotto. «Una forte delusione», ammette Biazzi. Anche se la cosa più difficile (ma questo lui non lo ammette) fu poi spiegarlo a Montanelli.