La salute non ha più confini: in Europa puoi curarti dove vuoi

Una direttiva Ue rende più facili visite specialistiche e interventi gratis all'estero

da Milano

Una clinica austriaca ha fatturato a una signora italiana una giornata di ricovero in più senza spiegazioni. In un ospedale odontoiatrico ungherese, un paziente è stato dimesso senza una dentatura provvisoria dopo un intervento di implantologia. Una ragazza italiana, che ha effettuato trattamenti anti-allergici in Francia, non ha ottenuto in Italia il rimborso delle spese sostenute.
Basta uno sguardo alla vasta casistica dei problemi incontrati da chi ha sperimentato il «turismo della salute» per rendersi conto che attualmente farsi curare all’estero può diventare un’odissea incerta e costosa per piccole e grandi patologie. Ma le cose stanno per cambiare. I commissari dell’Unione europea hanno varato una vera e propria rivoluzione: per la prima volta sarà applicato il principio secondo cui ogni cittadino europeo può decidere di essere assistito allo stesso modo in qualunque Paese europeo, senza alcuna disparità di trattamento. E a pagare il conto dev’essere il servizio sanitario della nazione in cui il paziente è residente.
La riforma varata da Bruxelles prevede innanzitutto che negli ospedali dei 27 Paesi membri dell’Unione siano garantite le stesse cure e la stessa qualità di assistenza propria dei pazienti del paese straniero. Inoltre, le visite diagnostiche verranno rimborsate in tempi rapidi anche se sono state effettuate senza l’autorizzazione del paese d’origine.
Il commissario europeo per la Salute, Androula Vassiliou, ha parlato chiaro quando, nei giorni scorsi, ha presentato la sua proposta (che dovrà passare al vaglio del Parlamento europeo) ai responsabili sanitari degli Stati membri: «Bisogna garantire norme chiare a quelle persone che desiderano essere curate lontane da casa». Dunque «se una cura è coperta dal sistema sanitario nazionale, i pazienti devono poterle ricevere in un altro Stato membro e devono essere rimborsati anche senza autorizzazione preventiva».
Insomma, così come esiste la libera circolazione delle persone e delle merci, nella Ue va liberalizzato anche l’intero sistema sanitario. Parole forti e chiare che hanno già fatto saltare dalla sedia i responsabili di molti paesi aderenti. Le ricadute di questa direttiva, infatti, potrebbero avere un forte impatto sulla spesa sanitaria dei singoli membri. Non a caso il provvedimento è stato rimandato per mesi per paura di un incremento su larga scala del turismo della salute ed è stato ostacolato soprattutto dai paesi in cui ci sono lunghe liste di attesa che favoriscono il turismo della salute. Ed è per questo che c’è chi, come l’Inghilterra, sta pensando di giocare d’anticipo: è allo studio un piano per applicare i contenuti della direttiva, permettendo ai cittadini di curarsi all’estero senza vincoli. L’unico limite è in una norma paracadute: ciascun paese potrebbe prevedere un tetto massimo di spesa per salvarsi dal dissesto.
Le ragioni dei bilanci saranno più forti del desiderio dei cittadini europei di cure appropriate? Secondo un sondaggio dell’Eurobarometro, più della metà della popolazione sarebbe disposta a trasferirsi all’estero per un trattamento sanitario migliore e più veloce. E, a dimostrazione che oggi non è così facile esaudire questo desiderio, nell’ultimo anno solo il 4 per cento degli europei ha ricevuto cure mediche all’estero. Unica eccezione, il Lussemburgo, dove il turismo sanitario interessa il 20 per cento.
In tutti gli altri Stati, invece, le condizioni per la mobilità sanitaria sono molto più rigide. Italia compresa. Da noi, per esempio, le cure all’estero sono centellinate e riguardano una minoranza: turisti, studenti, gente in trasferta per lavoro. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che si trovano già all’estero e hanno impreviste necessità di assistenza medica. In questi casi, già oggi per essere curati basta la tessera sanitaria europea che però esclude le visite specialistiche e prevede il diritto alle cure gratuite solo per i casi di «necessità e urgenza».
Inoltre, nel caso di trapianti, di patologie rare e di malati oncologici, la mobilità è paralizzata dalla burocrazia. Per rivolgersi ai centri d’eccellenza esteri, infatti, bisogna aver ottenuto l’autorizzazione in tasca dalla Asl. La trafila è lunga e complessa e il via libera viene concesso solo se in Italia non esistono strutture adeguate per la cura della patologia richiesta o solo se non vengono garantiti tempi rapidi di cura. Insomma, servono condizioni di eccezionalità.
Paletti eccessivi in un’Europa senza frontiere dove chiunque ha il diritto di farsi curare anche prima di doversi trovare in una situazione di emergenza. Ora la nuova direttiva permetterà di poter scegliere il centro più adatto alla propria patologia, anche all’estero, senza doversi mettere in lista di attesa per mesi o per anni in Italia. Inoltre, anche le visite diagnostiche all'estero, comprese quelle presso luminari di specifiche patologie, saranno rimborsate dalla propria Asl. I Paesi membri potrebbero introdurre un pass preventivo, ma solo per un elenco delimitato di casi, ancora da stilare.