Meningite addio: basta un anno di vaccini

Serve una profilassi a tappeto su bambini e ragazzi Solo così potremo liberarci dall'infezione letale

di Maria Sorbi

Basterebbe un anno di vaccini a tappeto per sconfiggere la meningite. Un solo anno. E se finalmente in varie regioni è partita la corsa alla profilassi, gli ostacoli da superare sono ancora tanti: a cominciare dalla cultura new age che negli ultimi anni è esplosa sui social network e che si è insinuata tra le mamme, convincendole che i vaccini possono causare l'autismo. Bufale enormi, nate da notizie manipolate e del tutto infondate ma che hanno messo in seria difficoltà il mondo scientifico. Il numero dei bambini vaccinati è calato negli ultimi anni ed è assolutamente necessario ritornare a percentuali che garantiscano la copertura «sociale», la cosiddetta immunità di gregge. In sostanza, perché la meningite (così come altre malattie come il morbillo) sparisca dalle cartelle cliniche, occorre che più del 90% della popolazione risulti vaccinato contro i batteri.

Se tutti i bambini e gli adolescenti (fino a 18-20 anni) si vaccinassero, sarebbe sufficiente un anno per far cadere nel dimenticatoio ogni ceppo di meningite. Sia le forme più blande sia quelle più violente che provocano, nei casi più gravi, la morte nel giro di poche ore. A sostenerlo è in primis Rino Rappuoli, lo scienziato a cui si deve la scoperta del vaccino anti meningococco C. Il metodo delle campagne a tappeto è stato efficace sia in Inghilterra, in Nuova Zelanda e in una parte del Canada, dove i casi di contagio si sono praticamente azzerati. E funzionerebbe benissimo anche in Italia, come sostiene l'intera comunità scientifica. Al momento però la situazione è molto frastagliata: alcune regioni prevedono vaccini gratuiti, altre si limitano a consigliare fortemente le vaccinazione e concedono uno sconto sulle confezioni. Le campagne di prevenzione dovrebbero bastare a correggere le false informazioni circolate sui vaccini. Che, come unica conseguenza, possono provocare qualche linea di febbre e poco più.

IL PIANO NAZIONALE

A uniformare la prevenzione ci penserà il piano nazionale dei vaccini, valido da quest'anno fino al 2019. Il protocollo prevede che la vaccinazione per il meningococco B (finora facoltativa) vada fatta nei bambini entro il primo anno di vita: nello specifico a 3-4 mesi con un richiamo al sesto mese. Vengono effettuati altri due richiami al 13esimo e al 15esimo mese. Il vaccino per il meningococco C (quello più aggressivo) va fatto nei bambini al 13esimo mese di età.

Il vaccino tetravalente contro i ceppi ACYW va fatto agli adolescenti (dagli 11 ai 18 anni) a prescindere dalle vaccinazioni effettuate durante l'infanzia e a chi viaggia all'estero in aree endemiche (in particolare Nord Africa e Medio Oriente). Statisticamente si contano tre casi di meningite al giorno, comprese le forme più soft, quindi si parla di circa mille casi all'anno. «Vogliamo che questa cifra si inabissi - ha annunciato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, presentando le linee guida - e l'unico modo per farlo è fare la prevenzione e le vaccinazioni seguendo il calendario, oltre che ovviamente vaccinare i bambini più esposti e che sono poi quelli che garantiscono la copertura vaccinale dell'intero territorio».

L'ALLARME C'È O NON C'È?

Nel 2016 sono stati segnalati 178 casi di meningiti da meningococco, con un lieve aumento rispetto al periodo tra il 2012-2014 ma con una diminuzione rispetto al 2015. Ovviamente ad alzare la media è stata la Toscana, che ha dovuto fare i conti con un focolaio inaspettato e con profilassi decisamente fitte.

Detto questo, i medici ribadiscono che non c'è nessun allarme e i numeri rientrano in una statistica stabile, senza picchi. C'è tuttavia da dire che ogni singolo caso di meningite è così violento, rapido e agghiacciante che l'infezione fa paura soprattutto quando i contagi sembrano del tutto sporadici e isolati e quando colpiscono persone «insospettabili». Per quanto riguarda il ceppo C, le cifre dicono che ha causato 36 morti negli ultimi quattro anni in una popolazione di 65 milioni di persone. «Non esiste alcuna situazione epidemica» ribadiscono al ministero della Salute. Bisogna quindi capire quando avere paura e quando no. E soprattutto va messo in chiaro di cosa avere paura. Non certo del vaccino, questo è assodato.

I PORTATORI SANI

Il meningococco è un batterio subdolo, perché circola molto velocemente ed è il più aggressivo (meno pericolose sono invece le meningiti provocate da pneumococco, che è lo stesso batterio che causa la maggior parte delle polmoniti). In qualsiasi momento un numero di persone, che va dal 10% al 20% della popolazione, può diventare portatore sano. Cioè può «ospitare» il batterio, magari per qualche settimana, senza necessariamente sviluppare alcuna patologia.

In un caso su mille il meningococco può diventare cattivo, conclamato. Con che criterio? Non è ancora chiaro, per questo la meningite è ancora una malattia che spiazza. Quel che è chiaro è che tra i soggetti più colpiti ci sono le persone con le difese immunitarie più basse e quindi più esposte. I tassi di trasmissione, spiegano gli esperti, aumentano nelle comunità, soprattutto quelle di giovani, come nelle scuole e nelle caserme. Tra le indicazioni presenti nelle linee guida del ministero della Salute, ci sono anche le misure da prendere per evitare eventuali contagi. I medici sostengono che andranno fatte campagne epidemiologiche, attraverso tamponi della gola, per capire quanto il batterio sta circolando nella popolazione e quanto, aumentando le vaccinazione, circoli di meno. E poi è possibile consultare il «prontuario» per riconoscere i sintomi, soprattutto nei soggetti a rischio: i sospetti devono scattare quando bambini e giovani presentano febbre alta improvvisa, forte mal di testa e vomito non correlato alla digestione. Una corsa al pronto soccorso e un intervento rapido possono salvare la vita.

Solo nello 0,5% dei casi la malattia è trasmessa direttamente da persone affette dall'infezione. Per questo motivo il pericolo di epidemia è molto basso, a dispetto di quanto sembri. Il contagio avviene per via aerea, attraverso le goccioline di saliva o di muco, e la trasmissione avviene a contatto diretto perché fuori dell'organismo il batterio sopravvive solo per pochi minuti. I soggetti più a rischio sono i neonati e i lattanti (a causa del loro sistema immunitario ancora precario), i ragazzi dai 18 ai 24 anni di età, e gli over 65. Se la prevenzione è importante e la profilassi sui più piccoli è fondamentale, c'è un vaccino che tutti dovrebbero assumere in dosi massicce: quello contro le notizie infondate e il panico ingiustificato.