Salvò Cadorna ma non se stesso dalle dicerie

Il generale si era già puntato la pistola alla tempia, quando il Nostro apparve nella stanza per dissuaderlo. Con Aldo Moro fu meno tenero e nel ’68 vide l’inizio della fine

Nonostante tutto, fu arruolato. Coi criteri di oggigiorno, sarebbe stato un grave abuso spedire in guerra un malaticcio della sua specie visibilmente più di qua che di là. Aveva febbri continue, rimetteva il cibo che deglutiva, non si reggeva in piedi. La notte era assalito da incubi terribili, dai quali si risvegliava con le ossa lussate come se avesse affrontato una legione di demoni. Ma nell’Italia del 1915, col bisogno disperato di carne da cannone da contrapporre alle armate austriache, tutto faceva brodo. Così, anche Francesco vestì la divisa del fante.
Non cercò raccomandazioni per sfuggire al suo destino. Era abituato a obbedire, anzi ne aveva la voluttà. Inoltre, era animato da spirito patriottico. «Se la Patria chiama, bisogna obbedire alla sua voce», diceva. Malandato com’era, spedirlo al fronte sarebbe stato assurdo e lo collocarono nelle retrovie. Fu inserito nella Compagnia Sanità di Napoli dove passò più tempo da ricoverato nell’ospedale militare che da infermiere dei povericristi reduci dalle tremende battaglie dell’Isonzo. Ma la sola vista di quegli infelici feriva la sua specialissima sensibilità. Francesco ebbe infatti, tra gli uomini del suo tempo, una delle più acute consapevolezze dei mali del mondo. Piangeva spesso a dirotto facendo pozzette di lacrime che bisognava poi asciugare con degli stracci.
Finalmente, dopo pochi mesi di questa vita, fu riformato e rispedito a casa nello sperone d’Italia. Riprese posto nella grande famiglia acquisita alla quale i genitori naturali l’avevano affidato ragazzetto. Queste «cessioni» erano frequenti tra i contadini poveri, soprattutto quando, come nel caso di Francesco, il papà era emigrato nelle Americhe e la mamma tirava avanti a fatica. Era stato però lui a scegliere di riaccasarsi in quella famigliona, una quasi tribù, conquistato dalle barbe orgogliosamente inalberate dai componenti della linea maschile.
Dopo l’esonero, Francesco volle comunque dare il suo contributo alla Patria con una fulminea puntata al fronte. Il generale Luigi Cadorna era stato appena defenestrato dal Comando supremo dopo il disastro di Caporetto. Rientrato nel suo ufficio dello Stato Maggiore dopo il passaggio delle consegne con Armando Diaz, Cadorna ebbe una crisi di sconforto. Prese una pistola e se la puntò alla tempia. Proprio in quel momento, Francesco entrò nella stanza. Cominciò a parlare col generale sconcertato e dopo averlo momentaneamente dissuaso dal fare pazzie, uscì con la stessa prestezza con cui era entrato. Cadorna infuriato si precipitò fuori anche lui e fece un liscio e busso al piantone che aveva lasciato entrare l’intruso. Il malcapitato giurò di non avere visto nessuno. Sbollita l’ira, il generale rientrò nell’ufficio e rimise la rivoltella nel cassetto. Il momentaccio era passato.
Ma cos’era successo in realtà? Il povero furiere aveva ragione da vendere. Francesco infatti non era passato davanti a lui, né era entrato dalla porta. Si era trovato direttamente nella stanza di Cadorna, senza neanche essersi allontanato dalla tribù presso cui viveva a mille chilometri di distanza, nello sperone d’Italia. Si era semplicemente mosso in bilocazione, una facoltà che gli consentiva di essere contemporaneamente in due posti diversi. Non però, come i medium, in spirito in un posto e fisicamente in un altro. Ma proprio in carne e ossa in entrambi i posti. Affinando con gli anni questa specialità, Francesco riuscì a avere una presenza simultanea in tre e più luoghi. Nella seconda guerra mondiale, per esempio, senza muoversi da casa visitava ogni sera i prigionieri italiani in India. Nello stesso tempo abbassava la testa con la mano a un paracadutista della Folgore per facilitargli l’azione mentre si lanciava con le mine sotto i carri inglesi. Per queste e altre capacità divenne celeberrimo ai suoi tempi e l’eco delle sue prodezze dura tuttora.
Ma torniamo, per concludere, alla vicenda di Cadorna. Anni dopo, il generale riconobbe in una foto sul giornale lo sconosciuto che gli era apparso quel giorno. Capì solo allora che il famoso veggente e il suo salvatore erano la stessa persona. Andò allora a trovarlo, mescolato a numerosi altri ammiratori. Appena lo scorse, Francesco gli disse ironico: «A genera’, ce la siamo passata brutta quella notte, eh?». Non solo leggeva il pensiero, ma antevedeva i fatti. Un giorno, Aldo Moro gli confidò l’intenzione di aprire a sinistra. Il politico era entusiasta, ma l’altro lo gelò: «Continua così, ti troverai con un bel piattino davanti!».
Ovviamente, un uomo di così straordinari talenti suscitava furiose invidie. Si disse che era un imbroglione e che i suoi giochi di prestigio erano un espediente per incantare le donnine e andarci a letto. Facendo con le sue arti concorrenza ai santi, tra i più diffidenti furono i preti. Oltre a una miriade di prelatucci, gli furono contro due calibri come papa Giovanni XXIII e padre Agostino Gemelli. Per Francesco fu un supplemento di sofferenze, oltre a quelle che aveva sempre patito.
Quando scoppiarono i primi disordini del ’68 disse con lungimiranza: «È lo scatascio» e morì ottantunenne.
Chi era?