Salva la lesbica iraniana, non sarà rimpatriata

da Milano

Hanno vinto le pressioni internazionali. È libera Pegah Emambakhsh, la lesbica iraniana che dalla Gran Bretagna rischiava l’estradizione nel suo Paese e la lapidazione a morte.
Ieri il ministero britannico degli Interni si è rifiutato di confermare che la donna sia stata rilasciata dal centro di detenzione di Yarl’s Wood: «Non facciamo commenti su casi individuali», ha detto all’Ansa un portavoce dell’Home Office, che si è limitato a ripetere che tutte le domande di asilo politico sono «esaminate con attenzione da persone competenti» e si tiene conto se il richiedente ha bisogno di «protezione internazionale».
A rendere nota la liberazione è stato il gruppo Everyone, che ha promosso una mobilitazione via Internet con 20mila adesioni e 30mila mazzi di fiori indirizzati alla donna, secondo il quale Pegah «si trova a casa di amici a Sheffield» e nell’arco di due settimane verrà ascoltata dall’Immigration Court, la Corte d’appello inglese cui i legali si sono rivolti per una definitiva risoluzione del caso e che dovrà decidere se accordarle l’asilo umanitario. Ad Arcigay che chiede al governo italiano di «non abbassare la guardia», ieri ha risposto il ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini: la liberazione, ha detto, «è una prima bella notizia che ci fa tirare un sospiro di sollievo. Continuerò a seguire questa drammatica vicenda, simbolica della condizione di altre donne minacciate e a rischio di vita perché difendono la loro libertà e dignità».
Due giorni fa anche il presidente del Parlamento europeo Hans Gert Poettering aveva scritto al primo ministro britannico Gordon Brown, segnalandogli la «grande preoccupazione» dell’euroassemblea e chiedendogli, a nome della conferenza dei capigruppo, di valutare questo «caso sfortunato» urgentemente, evitando il ritorno della donna nel suo Paese d’origine dove «evidentemente rischia la condanna a morte».