«Per salvare una donna dalle bombe la presi a sberle»

«C’erano incendi e fumo dappertutto, negozi sventrati»

Olbia-Milano. Sola andata. Così, per caso, è iniziato il viaggio di Francesco Mereu, in arte Merù. Il viaggio di un emigrante in cerca di fortuna che negli anni Cinquanta, appena ventenne, abbandona la verde Dorgali nell'entroterra sardo per la metropoli lombarda. Il viaggio verso il successo - tipicamente milanese - di un non milanese che in questa avventura ci ha creduto fino in fondo, e che ha conquistato Milano a piccoli passi. Il 22 giugno alla sua Milano Francesco Mereu ha detto per sempre addio (il 30 giugno è stato commemorato dal consiglio comunale) lasciandola in punta di piedi, così come vi era arrivato in una fredda mattina di tanti anni fa.
È l’autunno del 1951 quando Mereu vede il Duomo per la prima volta. Qualche anno, e apre un negozietto di orologi in via del Lauro. Poi, nel 1967, la svolta. Chiamati a raccolta i quattro fratelli - Giovanni, Lucia, Angelo e Antonio - inaugura in via Solferino 3 una piccola bottega di gioielli artigianali in oro e argento da abbinare a materiali «da ferramenta»: catene, cuoio, plastica, legno. Il nome, Merù, - suggerito dalla strana pronuncia con la quale lo chiamava il portinaio del palazzo - si sparge in fretta tra i clienti facendo eco nelle ville dei quartieri alti. Scoppia il boom dei gioielli poveri a metà fra l'etnico e l'antico, richiestissimi dalle signore «bene» e dalle giovani in carriera. Dai ’70, gli anni degli smalti (angioletti, margherite, animaletti), ai ’90 con la moda dei braccialetti in nylon, le sue creazioni spiccano il volo: «I braccialetti in nylon con inciso il nome, un cult tra le ragazzine, li abbiamo inventati una sera pescando - racconta il fratello Angelo -. Un filo della canna mi si era avvolto attorno al braccio, così ci siamo chiesti: “Perché non farne un bracciale?”». Dalla Vanoni alla Nannini, da Natalia Aspesi alle sorelle Moratti, da Fiorello a Tony Dallara sono tante le celebrità che hanno frequentato la piccola bottega dal sapore antico, familiare: lo si vede dalle foto che oggi tappezzano la gioielleria del fratello Angelo, in via Solferino 22. Al civico 3 restano i figli di Francesco, Elisabetta e Bartolomeo, a mantenere vivo il ricordo del padre.
E come non ricordare «zizzu Merù». Le battute dialettali, l’allegria, il sorriso contagioso di uno che la vita se l’è goduta fino in fondo: dai viaggi alle feste mondane, alle favolose cene sarde per gli amici milanesi: «Assieme al porceddu portava anche i pastori sardi» ricorda Angelo. Francesco era così, un uomo dalle mille risorse e dal cuore grande che sorvolava sul suo impegno nel sociale (dal volontariato ai progetti umanitari in Guinea) e sui riconoscimenti (come l’Ambrogino d'Oro nel 2000) e preferiva raccontare episodi di tutti i giorni, come quello delle signora impellicciata che di fronte al modesto negozietto chiedeva dove fosse lo show-room. Un imprenditore geniale - le sue creazioni sono esposte al Victoria & Albert Museum di Londra - e, potremmo dire, un milanese doc, se non fosse stato per quello spiccato accento sardo e per la sua ostinata diffidenza: «Daeli cara» («Tienilo d'occhio») diceva ai fratelli, se qualche faccia sospetta si intrufolava nel negozio. E i fratelli obbedivano, certi che quel gergo popolare nessun cliente lo avrebbe mai capito.