Salvata la compagnia, salviamoci dalla Cgil

Il feticcio dell’unità sindacale agita i sonni del partito del «no» che ha profonde radici nella nostra immobile società. I motivi di questo panico sono di semplicissima spiegazione: la vicenda Alitalia con l’inverecondo balletto intorno alla firma dell’intesa da parte della Cgil, ha avuto il merito di mostrare a tutti, in modo inequivocabile, i motivi per cui in Italia non si combina nulla. Una situazione assolutamente lineare, con una scelta fra quasi tutto e niente rischiava di finire verso il «niente» fra le risate e i fregamenti di mani di mezzo mondo, solo per la cronica incapacità di un sindacato di togliersi (anche davanti all’evidenza) la maschera di contrario a prescindere, anche a costo di mettersi dalla parte di una categoria non esattamente proletaria e tendenzialmente di destra. Tutto, tutto piuttosto di correre il rischio di passare per contigui al potere, indipendentemente dalla logica, dal buon senso e in ultima analisi dal bene dei lavoratori. Firma, non firma, ha quasi firmato, Epifani ha firmato ma si dissocia dalla sua mano e a ben guardare teneva i piedi incrociati quindi forse non vale. Ma si può seriamente pensare di poter andare avanti così? Se ci siamo dovuti subire un parto del genere per una questione di un’ovvietà disarmante, cosa ci attende per le future scadenze per le quali occorrerà muoversi con un minimo di speditezza? Non è un caso che l’unità sindacale sia sempre stata salda nei momenti di favorevole congiuntura economica: il fatto che le cose tutto sommato andassero bene consentiva di mettere i problemi veri sotto il tappeto e non fare nulla. Se non si fa niente non ci sono problemi, tutto come prima, niente da firmare, nessun sì da dire, bene così. Peccato poi che il conto arrivasse sul tavolo, e sempre nel momento dell’emergenza, quando entrava in campo il motore potente dell’urgenza, dello spettro del disastro, delle decisioni dure ma inevitabili. Fu ad esempio il caso dell’abolizione della scala mobile, che vide i sindacati dividersi e che consentì al Paese di venire fuori dalla palude dell’inflazione a due cifre.
Il fatto è che il non far nulla quando invece ci sarebbero le condizioni migliori per impostare delle strategie-Paese, per riservare le decisioni ai momenti di panico, è stato causa della nostra debolezza strutturale, tale per cui l’Italia viaggia largamente al di sotto delle sue possibilità. La sfida ora è più per la parte responsabile del sindacato che per l’irrecuperabile parte più retriva (dalla quale non si possono aspettare grandi cose): lo scontro finora non ha portato alcun risultato, mentre molto si potrebbe ottenere se si remasse tutti dalla stessa parte. Gli italiani – i rappresentati - l’hanno capito da un pezzo, adesso tocca ai rappresentanti voltar pagina.
Claudio Borghi
posta@claudioborghi.com