Salvata l’irachena col proiettile nel torace

Marisa de Moliner

È finito a Milano l'incubo di una ragazza irachena. Non vivrà più, come ha fatto per sei anni, con un proiettile conficcato nel torace. Una situazione che ha quasi del miracoloso: nessun organo vitale è stato intaccato. Ma Hashima Rabia'a Sazh, diciannovenne sciita, non avrebbe potuto continuare a vivere in quello stato. Il bossolo negli ultimi tempi s'era spostato sensibilmente verso il cuore e l’esofago, come ha spiegato Angelo Maria Calati, il chirurgo che l’ha operata al San Paolo e che l'aveva visitata, a maggio, da Maggiore Medico riservista nell'ospedale da campo allestito a Nassirya per l’operazione «Antica Babilonia». Il chirurgo si è attivato per portare la giovane in Italia, con la collaborazione della Civil-Military Cooperation e del Sovrano Militare Ordine di Malta. «Per limiti strumentali e ambientali non si poteva operare nell'ospedale militare della base di Camp Mittica - racconta il dottor Calati -. Solo qui potevo servirmi di una tecnica mininvasiva che consente di non aprire il torace della paziente». E così è stato. «Ho praticato la minitoracotomia videoassistita - prosegue il chirurgo con le stellette - un'operazione delicata, durata 2 ore e 20 minuti, che grazie a un foro di 5-6 centimetri ha permesso l'estrazione del proiettile dal torace». Tutto è filato liscio. La diciannovenne irachena sta rispondendo bene al decorso post-operatorio e potrà ritornarsene in patria tra una quindicina di giorni.