SALVATE LA DEMOCRAZIA

Come è possibile che Romano Prodi, politico senza leadership e senza partito, persona priva di immagine e di carisma, uomo senza qualità ma alla pressante ricerca del potere, sia (per la seconda volta) presidente del Consiglio per conto del centrosinistra che dovrebbe rappresentare la metà degli italiani? È un mistero su cui la politologia dovrà esercitarsi a lungo.
Giampaolo Pansa pensa che Prodi goda di un ottimo «Fattore C», che significa quella parte del corpo che non è elegante nominare. A me pare piuttosto che le ragioni vadano cercate altrove. In prima istanza nel complesso che ha da sempre attanagliato i comunisti, e oggi condiziona i post-comunisti, di volersi servire di politici democristiani o ex per occultare il proprio volto che spaventa la parte moderata dell'elettorato. In seconda istanza nella volontà di strumentalizzare personaggi politicamente fragili, senza forza autonoma ed anche alquanto ricattabili per vicende passate. E di Prodi si possono ricordare i comportamenti spiritici nel caso Moro, i fondi neri Iri e gli intrecci economici personali.
Ormai non c'è più alcuno che dubiti che la prova del premier è talmente avvilente da meritare un giudizio negativo anche da parte degli stessi partiti di maggioranza. Il governo non ha una guida politica ma si dedica solo all'affannosa mediazione tra spinte contrastanti che compromettono l'immagine del Paese. La débâcle di Prodi si va a tal punto aggravando che i leader più responsabili del centrosinistra sono sempre meno disposti a puntellarlo. Le gaffe si susseguono a ripetizione: Telecom, Rovati e il Parlamento; il Papa, le sue guardie e la protezione; la Cina, l'embargo sulle armi e i diritti umani; e il terrorismo, il nucleare e Ahmadinejad.
Non c'è tuttavia da stupirsi che solo oggi D'Alema, Fassino e Rutelli si accorgano di avere a che fare con un vecchio Irisauro che utilizza i metodi del peggior clientelismo democristiano; e non meraviglia neppure che i poteri forti, che pure lo hanno appoggiato alle elezioni, si rendano conto che il Professore vuole battere la strada del dirigismo statale e dell'interventismo pubblico, l'opposto del potenziamento dei meccanismi del mercato e della concorrenza che soli potrebbero far uscire l'Italia dalla stagnazione. Si tratta delle conseguenze tipiche della strumentalizzazione.
Infatti i post-comunisti, che hanno furbescamente scelto Prodi come mediocre archeologo della prima Repubblica democristiana, finiscono per essere vittime del contrappasso. Volevano un «utile idiota» debole, e si ritrovano un cultore del potere di clan, debole sì ma ostinato. Volevano un ambiguo navigante tra il Mediterraneo e l'Europa che aveva malamente presieduto a Bruxelles, e si ritrovano un intrigante interlocutore del fondamentalismo islamista e un propugnatore delle armi alla Cina. Volevano un docile paravento per i moderati, ed hanno a che fare con un poltronista di Palazzo Chigi che per resistere fa asse con il bertinottismo.
Noi però guardiamo oltre il triste tramonto del premier preoccupandoci che la guida del Paese scivola sempre più in basso. A risollevarci non basta un decreto sulle intercettazioni telefoniche. Che vinca il centrosinistra o il centrodestra sulla base del voto popolare, riteniamo necessario che al governo vi sia sempre un leader politicamente legittimato e responsabilmente efficace. Prodi non è né l'uno né l'altro. È perciò tempo che i suoi se ne liberino nell'interesse della democrazia e dell'Italia.
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