Salvate la lesbica iraniana condannata a morte anche se Bush non c’entra

Ci sono brutte figure per tutti, nella vicenda di Pegah Emambakshsh, l'iraniana lesbica che è rifugiata in Gran Bretagna dal 2005 e che il governo di Londra vorrebbe ora rispedire nel suo Paese, non ritenendola degna di asilo politico. In Iran questa sventurata, di null'altro colpevole che d'essere omosessuale, potrebbe addirittura rischiare la lapidazione: e quand'anche in uno slancio misericordioso gli ayatollah di Teheran le risparmiassero la condanna capitale subirebbe sicuramente una punizione dura.
Le autorità britanniche giustificano la loro spietata decisione affermando che l'omosessualità di Pegah - risparmiatemi la fatica di riscrivere per intero quel nome impronunciabile - non è stata dimostrata. Con il che si arriva, per lo zelo della burocrazia d'oltremanica - che vuol dimostrare di essere pienamente all'altezza o alla bassezza delle altre burocrazie europee - ad un paradosso perfino divertente, se non ci fosse di mezzo una vita umana. Londra rimanda in Iran Pegah, perché non crede alla sua omosessualità, ma gli invasati del clero iraniano potrebbero lapidarla o incarcerarla perché di quella omosessualità sono convinti. La sconcertante rigidità formale dei passacarte del Regno Unito si associa qui alla crudeltà d'un regime che invoca ogni momento Dio e ogni momento mette all'opera il boia. Va aggiunto che la ferocia del peggiore islamismo è prevedibile, l'insensibilità d'una democrazia per la quale abbiamo rispetto e ammirazione lo è meno.
Brutta figura anche per molti partiti ed esponenti politici - europei in generale e italiani in particolare - che dosano le loro indignazioni di difensori dei diritti umani non in base all'entità dei misfatti, ma in base all'identità del colpevole. Ci si è mossi, in tutto l'arco ideologico italiano, per la sorte della poveretta che potrebbe essere accolta in Iran da una condanna a morte. Ma gli interventi e le pressioni a livello ministeriale, non sono andati al di là di volonterose dichiarazioni: e comunque tutto è rimasto sottotono, tranne che nel campo dei soliti radicali. Dove sono le belle e imponenti manifestazioni che in altre occasioni sono state inscenate? Si deplora, si auspica. Ma senza smaniare: né per l'iraniana lesbica, né - è roba dell'altro ieri - per le infermiere bulgare imprigionate e condannate in Libia. La verità è che se manca, in sottofondo, l'appiglio Usa, la sinistra non ci mette il cuore. Ce lo metteva se era coinvolto Pinochet, o se era coinvolto Franco, o se erano coinvolti i colonnelli greci, potendosi sempre risalire dalla dittatura periferica al Grande Satana - parola d'ayatollah - ma con Teheran che gusto c'è? Si protesticchia, svogliatamente. Ci si crede d'essere Ahmadinejad, Licio Gelli?
Iran e Libia hanno il vantaggio d'appartenere al terzo mondo, per il quale la sinistra ha avuto predilezione, e in più hanno, agli occhi dei governi europei d'ogni colore, il merito d'avere petrolio. Un dono di Allah. E allora dagli a Calderoli o a Le Pen, loro sì che sono veramente pericolosi per le libertà del mondo.
Alla radice nei casi come quello di Pegah c'è un dilemma importante: ossia la possibilità e l'opportunità d'immettere negli organismi internazionali non solo dittature tra le più esecrande ma anche regimi che sottoscrivono impegni per i diritti umani sapendo, e dichiarando apertamente, che non li rispetteranno. Alcuni Paesi islamici - a cominciare dalla coccolata Arabia Saudita - hanno firmato la Carta dell'Onu: nella quale sono garantiti i diritti fondamentali, tra essi la libertà di religione, l'uguaglianza dei sessi, le libertà di riunione e d'associazione, e così via. Ma firmando questi Paesi islamici hanno aggiunto una postilla: accettano tutto, purché non sia in contrasto con la legge coranica. E allora càpita che la legge coranica imponga di lapidare Pegah. Bisogna rassegnarsi. Invece no. E chi con accenti tonitruanti s'è opposto a Pinochet, trovi un po' di voce anche per opporsi, ma sul serio, ad Ahmadinejad.
Mario Cervi