Salvate il Principe splendente

Il primo romanzo della storia compie mille anni. Lo scrisse una cortigiana ed è il paradigma di tutta la sensibilità giapponese. Figlio di un imperatore e di una concubina è il fiore all'occhiaello dell'antica Kyoto, l'Atene d'Oriente

Keiko sorride. Per forza: è giapponese. Però dice che no, non lo sa proprio, quale sia il romanzo giapponese che compie mille anni. Keiko ha 22 anni. Studia in Italia. La perdoniamo volentieri per tre motivi: è giovane; frequenta Economia e commercio, non Lettere; ed è molto carina. Quando le dico «Genji monogatari» abbozza un inchino e se ne va con la sua amica. Colpa della mia pronuncia o del mio aspetto? Entrambi, a occhio e croce.

Invece Sabri (chiamiamola così, anche se non è il suo vero nome) è italiana e Genji lo conosce. Infatti scrive su un blog: «Da quanto tempo non parlavo dei miei cari videogiochi giapponesi!! Da poco ho finito Genji e seppure sia breve ci ho messo una vita! Inoltre non ho sbloccato tutti i contenuti extra perché dovevo restituire il dvd al mio amico che me lo aveva gentilmente prestato. Inutile dire che Genji è impregnato di Giappone quindi non può non piacermi: la storia non è molto originale, c’è il solito cattivone che vuole conquistare il mondo, ma per il resto questa è una perla». Sarà anche «impregnato di Giappone», il Genji di cui parla Sabri, ma non è quello vero, l’originale. Peccato per Sabri: l’altro è molto più affascinante. Più affascinante anche di quello, riveduto in salsa manga, che alle ragazzine di Tokio e dintorni «intenerisce il core».

E poi il Genji primario detiene un record mondiale: è il primo romanzo della storia. Lo scrisse, fra il 1002 e il 1008, una donna, Murasaki Shikibu, cortigiana di livello medio, gerarchicamente parlando, ma eccelso dal punto di vista letterario. Si era, allora, in piena epoca Heian (questo era il nome dell’antica Kyoto), qualcosa di simile, per noi occidentali, all’Atene di Socrate o alla Firenze dei Medici: il massimo in tutto, la cresta di un’onda dalla quale osservare l’universo materiale e spirituale. Gli imperatori, non soltanto facevano delle loro corti uno spettacolo in cui, giorno e notte, ognuno recitava la propria parte, ma anche, una volta «pensionati», continuavano a coltivare le loro «officine culturali», arricchendo così, decennio dopo decennio, una civiltà raffinatissima e poliedrica.

Bene, di questo mondo, Genji è l’emblema, il fiore all’occhiello. Bellissimo, elegantissimo, farfallone amoroso e poeta, bon vivant e uomo di potere, esteta e filosofo. Figlio di un imperatore (probabilmente Daigo) e di una concubina, il modello al quale l’autrice s’ispirò è stato identificato dagli studiosi in Takaakira che visse tra il 914 e il 982 e ricevette dal padre il nome di «casata Minamoto», i cui due caratteri si leggono anche «Genji». Il suo monogatari, letteralmente «storia di cose», è uno scrigno che contiene centinaia di personaggi con le loro passioni, i loro intrighi, i loro tratti drammatici e comici, le loro debolezze, i loro segreti.

Forse la mamma della Sabri di cui dicevamo prima vi leggerebbe, in controluce, la sceneggiatura di una soap opera tipo Beautiful. Sicuramente qualcun altro, assaporandone le oltre mille pagine, vi ritrova il gusto della recita corale presente in Guerra e pace, la finezza dello scavo psicologico che s’inerpica sulla Montagna incantata, il gusto per il particolare diventato universale che abbraccia Madame Bovary o fa resuscitare Le anime morte.
Il primo romanzo della storia, dunque. O meglio, il primo a noi pervenuto. Perché nel venticinquesimo capitolo, intitolato Le lucciole (Hotaru) se ne citano due, Racconto di Sumiyoshi e Racconto di Komano, andati perduti. È, questo, un capitolo molto importante poiché qui l’autrice mette in bocca a Genji una sorta di «canone» narrativo fatto di concatenazione di eventi, testimonianze storiche, coinvolgimento emotivo di chi racconta. Dice il principe Hikaru, cioè «Splendente», rivolgendosi a Tamakatsura: «È chiaro quindi che all’arte del narratore non compete soltanto di scrivere ciò che è buono o bello. Talvolta, naturalmente, prenderà a soggetto la virtù, e potrà allora trattarla come gli piace. Ma è altrettanto probabile che sia colpito da tutti i casi di vizio e di follia del mondo circostante, e provi di fronte a questi gli stessi sentimenti suscitatigli dalle belle e segnalate azioni in cui si imbatte: sono importanti anche questi e bisogna serbarne la testimonianza».

In un panorama apparentemente frammentato, attraverso i mille rivoli di una fabula dipanata con mano da miniaturista, tutto si tiene, tutto procede con ordine. Scrive Giorgio Amitrano nella nota introduttiva all’edizione italiana della Storia di Genji curata per Einaudi da Adriana Motti sulla traduzione inglese di Arthur Waley del 1925-33: «Non v’è disgrazia o incidente nel libro che non sia spiegato come il risultato di azioni negative commesse nel corso della vita (o delle vite) precedenti. Questa coincidenza tra un principio strutturale della narrazione e il principale tema etico-religioso del libro è una delle ragioni della forza armoniosa del Genji monogatari». Ed è anche il timbro quasi vocale di quel mono no aware, di quella «delicata tristezza» nella quale fluttuano, come spiega Gian Carlo Calza, i membri della corte imperiale di Heian. Loro si chiamano kumo no uebito, «esseri sopra le nuvole», e, come le nuvole, trasportate dal vento del loro karma se ne vanno raminghi nel cielo terso della letteratura.

Bisogna che qualcuno lo spieghi a Keiko e a Sabri, prima che li confondano con le Tartarughe Ninja o con qualche diavoleria da playstation. Nel cuore delle fanciulle c’è sempre posto per un principe. Meglio se Splendente.