Salvatores e Sorrentino, registi occulti del cattivo gusto

Capita a volte che battute infelici nascondano pensieri infelici. Mercoledì sera, all’Auditorium di Roma, nel corso di un vivace duetto in pubblico con il collega regista Paolo Sorrentino, Gabriele Salvatores - uomo colto e mite, purtroppo ideologicamente esposto alle insidie del revival sessantottino - ha pensato bene di uscirsene così. Si almanaccava, tra il serio e il faceto, sul ruolo dei produttori nel cinema. E lui, a sorpresa: «Un vecchio detto degli anni Settanta, per carità sbagliato, diceva che l’unico fascista buono è un fascista morto». Sottinteso: vale anche per i produttori. Voleva essere una battuta a effetto, magari è venuta fuori male. E però quel «per carità sbagliato» detto per inciso, con tono ammiccante, con l’aria di chi non ci crede poi tanto, suonava stonato, vagamente atroce. Intorno a me, nella sala piena di critici, attori, registi e gente del ramo, nessuno ha battuto ciglio. Troppo presi dalla chiacchiera cinefila per accorgersi dell’incongruo riferimento al triste adagio militante?
Più in là, sul finire dell’incontro, il conduttore chiede a Sorrentino, il regista di Le conseguenze dell’amore, se l’Italia odierna, quindi «berlusconiana», sia raccontabile al cinema. Bertolucci, sublime snob, sostiene di no; Sorrentino, invece, ritiene di sì. «Mah, sarà perché attingo dal negativo, e qui in Italia abbonda. Non mi riferisco solo alla politica». Meno male, penso, non è la solita solfa. Un attimo dopo, però: «Sarebbe troppo facile dire... Berlusconi. Ma forse è proprio quello». Applausi.