La salvezza come Asl e Rai. È la logica del bipolarismo

Il centrodestra si mobilita per la Lazio, il centrosinistra per il Livorno: siamo sicuri che tutto questo non conti?

di Cristiano Gatti

Tanto per saperlo: valgono ancora le regole del gioco? Cioè: resta sempre possibile giocarsi il risultato sul campo, domenica dopo domenica, sino a maggio, tirando le somme soltanto alla fine?
Pongo queste ingenue domande in nome e per conto di Atalanta, Catania, Udinese, Siena, insomma di quelle squadre che interessano poco e pochi, come bacino d’utenza, ma che in teoria vantano pari diritti e pari dignità, anche solo perché Inter, Juve, Milan e Roma hanno pur bisogno di battere qualcuno, per essere così forti, ricche e importanti.
Dall’aria che tira, domande così banali stanno diventando quasi assillanti. Col passare dei giorni e delle giornate di campionato, con l’arrivo della fase decisiva, sta emergendo in modo strisciante una sensazione molto fastidiosa: detta molto spiccia, che a decidere chi debba rimanere in serie A non siano più le dirette interessate, con i loro pochi pregi e i loro vistosissimi difetti, ma «altro». Cosa possa essere questo «altro» l’abbiamo tutti quanti annusato negli ultimi giorni, davanti a un incredibile teatrino para-sportivo, più para che sportivo.
Non è il caso di rifare la cronaca minuto per minuto. Bastino solo gli elementi essenziali: la Lazio che viene in qualche modo sottratta alla sovranità del suo presidente Lotito e messa - diciamo così - sotto tutela della parte politica di centrodestra, con Alemanno e Fini a darsi molto da fare per il cambio dell’allenatore e per riportare un po’ di calma nell’ambiente, anche temendo la rappresaglia dei tifosi nella corsa elettorale della candidata Polverini.
Saputa la cosa, a Livorno si mobilitano subito quelli della vigilanza democratica permanente. Lì tira tutta un’altra aria, come noto: la città della scissione comunista, la città operaia, la città del Che Guevara editore Cristiano Lucarelli. A sindaco risponde sindaco. Ad Alemanno risponde Cosimi (una vocale in più dell’allenatore Cosmi). Il suo monito è terribile: occhio a non fare scherzi, a Livorno non assisteremo in silenzio al salvataggio politico della Lazio. Da una parte e dall’altra, nessuno nasconde l’importanza sociale, politica, elettorale della squadra. Sono tutti pronti a muovere le proprie leve. Chi le ha.
Ora: nessuno è ormai così candido da pensare che il calcio in particolare e lo sport in generale vivano una loro vita autonoma e lontana, fuori dalle tensioni e dalle dinamiche nazionali, con proprie imperturbabili leggi interne. Sappiamo che i bimbi non nascono sotto i cavoli e che Babbo Natale non arriva con le renne. Così, sappiamo benissimo come il calcio sia sotto osservazione, anzi spesso succube, di chi sta attorno e fuori. Sappiamo che gli arbitri sono gran brave persone, ma sempre persone, cioè sensibili al clima in cui sono immersi e alle pressioni di chi comanda (forse ci condiziona anche un precedente statistico: l’ultima volta che si provò il sorteggio arbitrale, vinse lo scudetto il Verona, anno 1985). Sappiamo che gli interessi di certe piazze sono nettamente più pesanti degli interessi di altre piazzette. Sappiamo che anche soltanto per problemi di ordine pubblico certe piazze vanno blandite più delle piazzette (non è un’invenzione che a certe tifoserie venga concesso quanto non viene concesso ad altre, trasferte comprese). Sì, anche se tifiamo squadre piccole, di città minori, che non scaldano il cuore di potenti e potentati, non abbiamo comunque l’anello al naso: sappiamo benissimo che aria tira, in Italia, attorno al calcio.
Proprio per questo, le domande dell’inizio: valgono ancora le regole del gioco? Resta sempre possibile giocarsi il risultato sul campo, domenica dopo domenica, sino a maggio, tirando le somme soltanto alla fine?
Solo per saperlo. Eventualmente per evitarci inutili patemi d’animo, sapendo subito che non è più così. Se a Catania, a Udine, a Siena, a Bergamo viene chiarito che la serie A, come le direzioni Asl e le poltrone Rai, matura per meriti d’appartenenza, sono in molti a mettersi il cuore in pace. O quanto meno chi vuole può correre ai ripari, piazzandosi nell’orbita ritenuta più giusta, di qui o di là a seconda del calcolo politico.
Sia chiaro: sarebbe molto più bello e romantico pensare ancora che questa magnifica serie A la si vince o la si perde giocando sulle proprie gambe. Ma la sensazione è che anche in questo settore cruciale abbia piantato le tende la rigida regola del bipolarismo. Un posto a sinistra, un posto a destra, e chi è fuori sta fuori. Anzi, sotto. C’erano più speranze all’epoca del Manuale Cencelli. Ce n’era per tutti.